
Mario Bozzi Sentieri “Dal neofascismo alla nuova destra – Le riviste 1944-1994”
Edizioni Nuove Idee – pagg. 256,Euro 16,00 Per informazioni ed acquisti : mariobozzi@libero.it
di Mario Bozzi Sentieri
IL LUNGO VIAGGIO ATTRAVERSO LE RIVISTE DI DESTRA
La storia delle anime e delle culture di un mondo che si è espresso con iniziative e posizioni anche contraddittorie, ma ha contribuito a fornire strategie e stabili punti di riferimento
Quante sono le Destre? - si chiedeva Giuseppe Prezzolini nella sua storica Intervista.«Sono tre, trentatré o trecentotré?» Il quesito. malgrado i vari tentativi. compiuti per dare sistematicità alla «materia», sembra, ancora oggi, destinato a rimanere sospeso, in attesa di risposte organiche. L’attenzione, manifestata, negli ultimi anni, nei confronti del «fenomeno Destra», dopo che per un lunghissimo periodo l'argomento non era stato considerato degno di diventare oggetto di studi approfonditi e di ricerche scientifiche, non ha infatti sciolto l'enigma prezzoliniano. Pesa su di esso l'estrema complessità dei referenti culturali della quale l’Intervista è un’essenziale fotografia, mentre, per le vicende nazionali. appare ancora condizionante la tesi di chi considera la Destra italiana incapace di produrre una vera e propria cultura politica, individuando nell'autocelebrazione di sé (delle proprie origini, della propria "metafisica") la ragione ultima di ogni elaborazione culturale, genericamente etichettabile come "di Destra". Da qui la necessita di andare alle "fonti", di ricostruire un itinerario che è stato segnato non solo da atti politici, tua anche da significative tappe culturali. In questa prospettiva il lungo processo di composizione/scomposizione dell'identità della Destra italiana trova nella produzione pubblicistica, nelle riviste, uno strumento essenziale per l'identificazione di autori e temi fondanti, di analisi e di polemiche spesso laceranti.
La stessa nascita del MSI- ha scritto, in un essenziale studio propedeutico, Umberto Di Meglio – non fu dovuta "tanto alla capacita di proselitismo di gruppi clandestini, legati alla precedente esperienza fascista,, quanto, piuttosto, all’azione svolta da un cospicuo numero di periodici sorti fin dai primi mesi del 1946. Il ruolo di questa stampa, che raggiunse una diffusione notevole, fu innanzitutto quella di determinare una presa di coscienza in seno a quel settore dell’opinione pubblica che si sentiva ancora legato al fascismo (tanto del ventennio che della Rsi) e che fino a quel momento aveva, per così dire, "delegato" il proprio risentimento nei confronti dell’antifascismo e dell’Italia dell’esarchia all’Uq e alle altre correnti moderate".Il rapporto con il fascismo appare, agli inizi, ben più dinamico e "problematico" che la semplice accettazione nostalgica. Significativamente, sulle riviste teoriche del primo neofascismo, "Rataplan"(1946-1947) e "Rosso e Nero"(1946-1948), l’attenzione, più che verso il regime, appare orientata a recuperare una dimensione "rivoluzionaria", di sinistra"- come ebbe a scrivere Nino Tripodi- con ciò intendendo "l’etichetta formale con cui, per meglio intenderci paghiamo il nostro obolo alla nomenclatura democratica". Lo sforzo, ben oltre le contingenze e le necessità del momento (in particolare la tutela dei reduci, degli "epurati" e delle loro famiglie) e quello di riallacciarsi alla tradizione mazziniano-risorgimentale e corridoniana, di costituire una sorta di ponte tra pre-fascismo e post-fascismo. nel segno di una nuova consapevolezza nazionale capace di coniugarsi con un autentico "rinnovamento sociale".
SOCIALI E CORPORATIVI
In un ambito non strettamente politico, quanto segnato da esperienze nazional-sindacali e corporative, già nel novembre 1944 un gruppo di intellettuali e sindacalisti (Vito Panunzio, Nicola Cimmino, Renato Melis, Silvano P.Panunzio Mario Pepe, Vittorio Zincone)si era ritrovato, a Roma, per sintetizzare la propria visione politico-sociale, tesa a recuperare, secondo una concezione solidaristica, temi quali la funzione pedagogica del sindacato e la rappresentanza "per categoria". Il manifesto venne poi pubblicato, nel maggio 1946, sul primo numero della nuova serie di "Pagine Libere", rivista che ha accompagnato, a fasi alterne, la lunga riflessione sul principio corporativo, inteso può leggere nell’editoriale di presentazione della VI serie della rivista (1956-1959)—come "L’unica soluzione capace di risolvere il problema sociale nell’ambito del diritto e degli interessi permanenti della nazione e capace di trasformare le strutture e le funzionalità dello Stato per adeguarlo alle nuove esigenze del mondo contemporaneo".
Lungo questo "filone", un ruolo significativo è svolto da riviste quali "Economia Sociale" (1948) e "Nazione Sociale"(1952-1956)8, dirette da Ernesto Massi, e "Nazionalismo Sociale"(1952-1957), di Edmondo Cione.
Vicesegretario del MSI, tra il 1948 e il 1952, esponente dell’ala "di sinistra", Ernesto Massi è anche docente di Geografia Economica (tra i fondatori, alla fine degli anni Trenta, della rivista "Geopolitica" con il patrocinio di Giuseppe Bottai) e sensibile all’influenza della dottrina sociale della Chiesa. Da qui la polemica sviluppata dagli ambienti vicini a una concezione etica dello Stato. "Soprattutto Giorgio Bacchi e Francesco Palamenghi Crispi - ha dichiarato lo stesso Massi- mi osteggiavano per questo. Ed anche Edmondo Cione. Mi dicevano che "Nazione sociale" era cattolico e quindi contrario allo "Stato Etico". …Francamente io non vedo come uno Stato cattolico non sia uno Stato Etico, ma certo il problema è complesso, riguarda da un lato i rapporti con la Chiesa e dall’altro la conciliazione tra trascendenza e immanenza".
Erede dell’esperienza di "Nazione Sociale" e del centro Studi ad essa collegato fu, dagli inizi degli anni Settanta, la "Rivista di Studi Corporativi"(poi trasformata in "Partecipare uscita fino al 1992), particolarmente attenta alle esperienze di cogestione aziendale e di concertazione economica realizzate negli altri paesi europei, secondo lo spirito che – come scrisse Diano Brocchi, a presentazione della rivista – "per eliminare il classismo non è sufficiente dire che non più esistono le classi, sostituite dalle categorie; è necessario cancellare lo spirito di classe che ancora anima l’azione di alcune categorie cosiddette imprenditoriali".
Al filone "sociale", il quale ha attraversato le esperienze della pubblicistica delle Destra, dalla metà degli anni Quaranta a oggi, ha fatto riscontro, in termini di forte dialettica culturale, la presenza tradizionalista e nazional-conservatrice, con, al centro, la figura di Julius Evola, la cui partecipazione alle vicende di molte riviste è particolarmente rilevante.
"Evola – ha scritto Fausto Gianfranceschi – ci liberò dalle scorie del passato cui eravamo politicamente legati, senza concessioni agli orribili luoghi comuni dell’antifascismo, semplicemente separando, in quel passato, ciò che era il riflesso di valori permanenti da ciò che era ambigua e corruttibile contingenza. E pur non essendo Evola cattolico, paradossalmente che le sue opere riuscivano, in chi di noi lo era, a rafforzare la convinzione che la filosofia perenne delle Chiesa fosse l’unica forma di pensiero vivente o istituzionalizzato in grado di dettare regole di azione e di giudizio a chi non si lasciasse affascinare dalla ideologie materialiste".
Di questa "influenza culturale" sono segno significativo le riviste d’impronta tradizionalista, cattoliche e non, che hanno caratterizzato, a partire dagli anni Cinquanta, il variegato panorama della pubblicistica di Destra. Lo stesso Evola, in Il cammino del cinabro, così parla dell’esperienza di "Imperium"(1950-1951): "Dopo aver trascorso circa un anno e mezzo in cliniche austriache, nel 1948 rientrai in Italia. Qui mi aspettavo di trovare solo un mondo di rovine, spirituali ancor più che materiali. Restai sorpreso nel constatare che esistevano invece dei gruppi, soprattutto di giovani, che non si erano lasciati trascinare nel crollo generale. Specie nei loro ambienti il mio nome era noto e i miei libri erano molto letti. …Mi sembrò opportuno cercar d’indirizzare ideologicamente in modo adeguata gli elementi dianzi accennati. Così nel 1949 scrissi l’opuscolo Orientamenti, indicando in sintesi le principali posizioni da difendere spiritualmente e politicamente. Esso uscì a cura della rivista di uno di quei gruppi, intitolata "Imperium".
Rispetto alla tendenza "sociale" "Imperium"si richiama ad una concezione "intransigente", di impronta gerarchico – elitaria, profondamente controrivoluzionaria(e quindi avversa agli "immortali principi dell’89 e del ‘48"), la quale individua nel fascismo non tanto una concezione nostalgico – reducistica quanto la "preminenza di valori spirituali, etici ed eroici rispetto a tutto ciò che si lega alla sfera materiale dell’esistenza e al semplice interesse economico".
Già orientate in senso cattolico, sono invece "Cantiere"(1950- 1953),"Carattere"(1955-1963), espressione di alcuni settori giovanili del MSI. Con "Cantiere", l’impegno è di offrire un retroterra culturale alle istanze più immediatamente "nostalgiche"(da qui lo sforzo di collegarsi spiritualmente al più vasto movimento nazional - rivoluzionario europeo, con articoli di Corneliu Zelea Codreanu, Maurras, Brasillach, José Antonio de Rivera), individuando un ruolo rivoluzionario per le giovani generazioni, così come indicato nella "Carta della gioventù", dalle forti influenze evoliane, pubblicata, nel marzo-aprile 1951, dalla rivista. «Carattere" accentua la linea tradizional-cattolica, svolgendo – come ha notato Giovanni Tassani - un ruolo esterno alla propria "cerchia d’ambiente", rivolgendosi, in particolare, verso il mondo cattolico, percorso dai primi sintomi dell’"apertura a sinistra". Nel 1959, con il consenso di Arturo Michelini, segretario nazionale del MSI, Primo Siena, direttore di "Carattere", prende contatto con Gianni Baget Bozzo, giovane democristiano reduce da una deludente esperienza con il "dossettismo", il quale pensa, di fronte ai mali della società moderna, a un ordine restaurato da Destra. Il contatto tra Siena e Baget, mentre fa emergere le distinzioni tra la concezione cattolico-ghibellina del primo e quella neoguelfa del secondo(e tra il condizionamento critico della DC perseguito da "L’ordine Civile" e l’alternativa nazional-cattolica di "Carattere") avvia una collaborazione tra alcuni redattori di "Carattere" e "L’Ordine Civile" prima e "Lo Stato" poi, entrambi diretti da Baget Bozzo.. Mentre l’esperienza di "Cantiere" e di "Carattere" è comunque interna al dibattito sul ruolo politico-strategico del Msi, la "diaspora", creatasi, a Destra, dopo il congresso nazionale di Milano del Msi, del 1956, favorisce la nascita di una pubblicistica "esterna", espressione di un’area culturalmente più vasta rispetto a quella del partito di riferimento. Significativo, da questo punto di vista, l’itinerario del "Borghese", uscito, a Milano, il 15 marzo 1950, ennesimo "prodotto" della genialità tecnico-giornalistica di Leo Longanesi e in superato esempio di periodico, a larga diffusione e di grande prestigio (sul primo numero compaiono, tra gli altri, articoli di Prezzolini, Longanesi, Ansaldo, Junger, Montanelli, Spadolini), d’impronta "conservatrice", non neofascista in senso stretto, ma permeato di un autentico anticonformismo.
NUOVA CONSAPEVOLEZZA
La "diaspora", se da un lato fa perdere di organicità politica all’esperienza della pubblicistica di Destra, dall’altro favorisce il rafforzamento della sua vis polemica e il superamento degli stereotipi "d’ambiente", nel momento in cui, passata l’iniziale fase creativa, il rischio è la "normalizzazione" burocratica.
È su riviste come "Il Reazionario" (1954) e "Tabula rasa" (1956) che lo spettro della ricerca si allarga, mentre si fa strada una nuova consapevolezza rispetto alle mere ascendenze "nostalgiche". Sulla prima, a fronte dei toni fortemente "reazionari" del direttore, Piero Buscaroli, che manifesta un sostanziale pessimismo nei confronti del sistema dei partiti, del suffragio universale, del progresso (nel nome di una visione aristocratico-elitaria e di una concezione della libertà intesa come "privilegio di pochi"), Giano Accame offre spunti culturalmente anticonformisti e anticipatori, interessandosi della rivoluzione conservatrice tedesca (con la recensione nella prima edizione di Die Konsevative Revolution in Deutschland di Armin Mohler), introducendo l’opera e la tesi di Ortega y Gasset nelle polemiche culturali giovanili di Destra, "recuperando" l’America degli scrittori conservatori, quella di Orestes Brownson, dei fratelli John e Brooks Adams, di Booth Tarkington, di William Allen Withe, di Henry Louis Mencken, di George Santayana, di William Murchinson, di Russel Kirk di Peter Viereck. Così conclude la sua analisi Giano Accame: "Considerare quindi l’America come un tutto unico fatto di carte atlantiche, di capanne dello zio Tom, di accettazione bovina della stupidità democratica è un errore. Anche là vi deve essere una minoranza che s’incazza di queste cose e tenta di reagirvi; minoranza neppur tanto esigua se ha saputo esprimere dal suo seno tutti i fermenti letterari che abbiamo citato. Andiamola a riscoprire questa America minoritaria, cerchiamo di conoscerla di stabilire dei contatti, i quali non possono altro che rafforzare, nello scambio di idee e nella coscienza di sentirsi uniti e vicini per la difesa di un mondo in rovina, le posizioni loro e le nostre".
Su "Tabula Rasa", la polemica nei confronti della classe dirigente missina, giudicata rassegnata e pressappochista, si coniuga con il tentativo di riuscire ad "attrezzare" culturalmente la Destra politica, fornendole temi e tesi approfondite (ad esempio con il "recupero" di Berto Ricci, con la "rilettura" di Josè Ortega y Gasset, con gli approfondimenti costituzionali di Carlo Costamagna) ma anche sgombrando il campo da ogni retorica "d’ambiente". "Se il Fascismo – si legge in una nota redazionale pubblicata sull’ultimo numero della rivista, datato novembre 1956- deve servire al conte Teodorani per lo spaccio più o meno legale, di ciondoli e medagline, di attestati di primogenitura, o di combattentismo, se sempre il Fascismo deve servire a pretestuose rivendicazioni congressuali fino a inscenare caroselli pubblicitari, come se fosse una marca di pillole, è meglio ritirarsi di un passo, prendere la mira attentamente, e sputarci sopra: quella non è l’Idea, non è neppure una idea, è uno sporco affare e basta".
REVISIONI STORICHE
Sono, gli anni Cinquanta, anni in cui nascono riviste strettamente "culturali", ma fortemente segnate "da Destra", come "Dialoghi", bimestrale di letteratura, arti, scienze, diretto da F. Cimino e "Maschere- Rassegna mensile italiana dello spettacolo", diretta da Calendoli. Ma escono anche periodici di più diretto impegno politico - dottrinario, quale "Il Conciliatore" (1952-1977) e " L'italiano" (1959-1984).
"Il Conciliatore", che utilizza una testata storica del Risorgimento nazionale, svolge un ruolo fondamentale nell’opera di "revisione" storico – culturale della Destra "integrale", se non integralista, degli anni Sessanta, in particolare attraverso una rilettura del processo unitario (con la rivalutazione di Carlo Alianello), con la critica della Rivoluzione francese e con la denuncia degli stermini in Vandea, ma anche con il recupero di alcuni filoni tradizionalisti, in particolare latino – americani e ispanici. "L’Italiano", è la "creatura" di Pino Romualdi, già vicesegretario del Pfr, poi esponente della "Destra missina", sempre attento alla ridefinizione di un ruolo politico – culturale per il Msi, ben al di là della semplice autoconservazione nostalgica.
Da questa prospettiva "L’Italiano"diventa un importante strumento di analisi – approfondimento, aprendosi a contenuti intellettuali anticonformisti (con in testa, Adriano Romualdi) e dando spazio e voce ai giovani esponenti della nuova cultura di Destra, che trasformano la rivista in una specie di testata – laboratorio (attraverso la quale vengono affrontate tematiche quali il ruolo dei mass – media, la musica rock, la riforma dello Stato, la politica europea).
Del tutto originale agli inizi degli anni Sessanta, la "pubblicazione napoletana tradizionalista". "L’Alfiere"(1969-1975), diretta da Silvio Vitale, la quale, proprio a ridosso del centenario garibaldino, rivendica, da posizioni coerentemente tradizionaliste, la cultura e l’identità storica, etnica e spirituale del popolo meridionale. In questo ambito l’esperienza de "L’Alfiere"va vista come la ricerca di un meridionalismo di Destra, in grado di affermare un’identità nel quadro più alto di una storia generale, tanto da includere il problema finale dell’apporto autonomo della comunità particolare nel concerto delle altre comunità e del tutto (in coerenza con tale filosofia e in controtendenza rispetto alle posizioni assunte dal Msi, L’Alfiere, di fronte alle richieste dell’autonomismo altoatesino, contesta la "dimensione totalitaria" dello Stato italiano, nel nome della valorizzazione delle società naturali, della famiglia, del gruppo professionale, della comunità cittadina, regionale, etnica: per l’Alto Adige – si legge in una nota redazionale - "la maggiore autonomia possibile, la maggiore tutela possibile contro la sovversione dei suoi costumi, minacciati dal nazionalismo e dalla partitocrazia".
Gli anni Sessanta, anni in cui il Msi, dopo i "fatti di Genova" e di fronte all’affermarsi del centro – sinistra, stenta a ridisegnarsi un proprio autonomo ruolo, provocano un autentico proliferare di riviste (e spesso di sodalizi a essi collegati), ciascuna organica a un propria idea della Destra, a un proprio disegno politico – ideale, in un arco compreso tra il rigoroso tradizionalismo cattolico di "Adveniat Regnum" (intorno alla cui testata, diretta da Fausto Belfiori, si trovano , a partire dal novembre 1963, Attilio Mordini. Pier Vittorio Barbiellini Amidei, Alfredo Cattabiani, Ennio Innocenti, Primo Ferretti, tutti impegnati a criticare insieme al modernismo teologico – conciliare una non ortodossa lettura, dal punto di vista cattolico, della Tradizione)e le tesi nazional – rivoluzionarie de "L’Orologio" (1963-1973), diretto da Luciano Lucci Chiarissi, impegnato ad aprire "una fase di approfondimento e di confronto", anche da parte degli "ex ventenni ed ex sconfitti", i quali, decisi a superare non solo il mero nostalgismo, ma anche gli stereotipi di destra e di sinistra, rispettivamente ancorati all’anticonformismo e all’antifascismo, intendono svolgere il loro ruolo in una società in forte trasformazione, gravata dalla cappa del sistema di dominio politico – economico statunitense."L’Orologio" - ha scritto Gaetano Rasi – fu la casa comune di intellettuali critici, ma non distaccati e tantomeno frazionistici. Insomma fu una palestra di consapevolezza etica e quindi tutto il contrario della becera dissidenza o del cinico disimpegno. Per questo fu soprattutto una fucina culturale creativa che in molti lasciò profonde e feconde tracce. Il concetto di Europa fu subito coniugato con quello di nazione: non dimentichiamo che il titolo della testata era "per una iniziativa italiana nel tempo europeo". Luciano ribadiva continuamente che i popoli per fare storia debbono possedere le chiavi di casa. E ciò non per chiudersi in se stessi o per esaltare il limitato orizzonte delle piccole patrie, bensì per essere protagonisti, anche insieme con altri".
Il tema dell’Europa attraversa, del resto, senza soluzione di continuità, tutta l’esperienza pubblicistica di Destra. Ne parla, nel febbraio 1948, su "L’Architrave", una delle prime riviste teoriche del Msi, Guido Scotto che, dopo aver denunciato i rischi per le nazioni europee, di "una politica di campanile" scrive: "Disertare la trincea europea significa tradire non solo l’Europa, ma anche la propria nazione che ne è parte integrante. Riassumendo: non si tratta di abdicare a nessun valore nazionale né di rinunciare a nessuna rivendicazione. Si tratta, invece, di capire che la storia cammina anche se molti cervelli s’incalliscono e non vogliono intendere che questa può essere, sì, l’epoca del nazionalismo, ma non di quello italiano, francese o germanico, ma del nazionalismo europeo".
EUROPA, EUROPA.....
All’Europa è dedicata «Europa Nazione»(1951) di Filippo Anfuso che, presentando la rivista, rimarca come l’ambizione sia «di discutere ampiamente e senza riserva alcuna il problema dell’unità europea nel senso nazionale, e cioè a dire l’indirizzo da esprimere ad un movimento che, partendo dai doveri che ogni cittadino, soggetto di diritto pubblico, ha verso la sua Nazione, si esprima nella volontà del cittadino stesso di ripetere tale sua adesione, nella stessa misura per concorrere alla formazione di una entità nazionale europea».
Al mito dell’Europa «unita spiritualmente e materialmente»si richiama anche l’esperienza di «Europa Combattente», poi «La Nazione Europea» (1963-1970), «organo di Giovane Europa», originale organizzazione europea transnazionale, terzaforzista e antimperialista, fondata, agli inizi degli anni Sessanta, dal belga Jean-Francois Thiriart.
Del mito europeo parlano i tanti autori del «romanticismo fascista»e della rivoluzione conservatrice tedesca, spesso citati dalla pubblicistica di Destra.
E’, tuttavia, la fuoriuscita dal nostalgismo autoctono che porta, agli inizi degli anni Settanta, all’emergere, a Destra, di una nuova stagione culturale di dimensioni «internazionali», resa manifesta da riviste quali «La Destra» (uscita tra il 1971 e il 1976, sotto la direzione di Claudio Quarantotto, «schiera» un comitato internazionale composto da Michel de Saint-Pierre, Mircea Eliade, VintilaHoria, Thomas Molnar, Ernst Junger, Giuseppe Prezzolini, Caspar von Schrenck-Notzing) e «Intervento» (pubblicata dal 1972 al 1989, presenta al suo comitato scientifico Rosario Assunto, Emilio Bussi, Jean Cau, Augusto del Noce, Gottfried Eisermann, Domenico Fisichella, Julien Freund, A. James Gregor, Vintila Horia, Mario Attilio Levi, Thomas Molnar, Gonzalo Fernandez de la Mora, Francesco Mercadante, Jules Monnerot, Giuseppe Ugo Papi, Ettore Paratore, Claude Polin, Pio Filippani Ronconi, ErnstTopitsch, Salvatore Valitutti, Franco Valsecchi, Vittorio Volpe). Preso atto della crisi culturale, ideologica e politica della Sinistra (nel momento in cui le utopie del marxismo hanno reso palesi suoi limiti congeniti) e constatato che «"il senso della storia" non esiste», «La Destra» manifesta la volontà di allargare gli orizzonti culturali di una Destra non provinciale, che non si limita contemplare le opere del passato voglia «raccogliere, come eredità, l’eterno» e dal presente intenda «fugare tutto ciò che contrasta con l’eterno, ovvero con i valori permanenti, negando i quali l’uomo nega se stesso e senza i quali non esista una libera nazione, ma soltanto anarchia o tirannide».
«Intervento», con l’articolo introduttivo di Fausto Gianfranceschi, pone in risalto il rischio che, a fronte di una cultura di sinistra «intrinsecamente incapace di offrire alcunché di originale e creativo», emerga la prospettiva «di un’umanità tutta pacificata e amministrata dai gerenti delle macchine (scienziati, tecnologi, specialisti) e da coloro che dai modelli delle macchine, prive di libertà e di volontà, vorrebbero ricondurre l’uomo (biologi, sociologi, computerizzatori)». Contro la falsa alternativa tra l’ebete e il robot, la rivista, ben oltre i vecchi schemi ottocenteschi, identifica il contrasto che «si manifesta tra chi sta dalla parte della vita e che – nonostante l’attesa di un’impossibile paradiso in terra – è dalla parte , talvolta inconsapevolmente, delle forze che conducono alla morte, al suicidio delle strutture civili, attraverso il disordine e la frode».
LA CULTURA NAZIONALE
Un richiamo all’identità nazionale e culturale, reso ben evidente da un’altra rivista, uscita agli inizi degli anni Settanta ed edita, come "Intervento" dall’editore Giovanni Volpe: "La Torre" (1970-1984). "Siamo italiani e cattolici. Crediamo fermamente – si può leggere sul primo numero della rivista – che la vita, le azioni, la sorte dell’uomo, creato ad immagine e somiglianza di Dio, debbano ispirarsi ad una precisa e chiara gerarchia di valori spirituali e morali".
L’impegno è verso un forte recupero della cultura d’impronta nazionale (punteggiata dalle pagine antologiche di Maffeo Pantaleoni, Giovanni Papini, Giuseppe Rensi, Adriano Tilgher, Mario Missiroli, Massimo Rocca, Giovanni Gentile, Dino Garrone, Giovanni Volpe, Ardengo Soffici), insieme agli appelli all’intransigenza cattolica, un’intransigenza tutt’altro che becera e provinciale, se un autore, certo non vicino alle idee de "La Torre", come Giovanni Tassani, è giunto a riconoscere a Giovanni Volpe "almeno parte del merito di essere riuscito a catturare a destra un filone indubbiamente interessante della cultura cattolica francese, quello profetico – antimoderno del tipo Bloy, Peguy e Bernanos, attualizzandolo attraverso i suoi più diretti prosecutori: Gustave Thibon, amico e confidente di Simone Weil, e Gabriel Marcel".
Gli anni Settanta sono effettivamente gli anni della nuova consapevolezza culturale della Destra. Non solo perché nascono e giungono a maturazione esperienze pubblicistiche tese al recupero di alcuni "spezzoni" essenziali della tradizione culturale italiana: quella dell'avanguardia artistica (con il "periodico mensile per i giovani futuristi italiani", "Futurismo – Oggi ", uscito nel 1969, diretto da Enzo Benedetto, e finalizzato a sconfiggere l'ostracismo di tanta cultura e degli organi d'informazione nei confronti del movimento futurista, accusato di complicità con il fascismo), quella dell'idealismo gentiliano, collocato in una dimensione europea (con "Revisione" di Vittorio Vettori), quella del tradizionalismo cattolico (con "Cristianità", uscita nel 1973 e tuttora in corso, collegata al sodalizio Alleanza Cattolica, impegnato a formare un' élite contro -rivoluzionaria, tesa nell’obiettivo finale della instaurazione della regalità spirituale e sociale di Cristo, attraverso un "bene comune" fondato sulla "legge naturale").
Emerge, a Destra, l'esigenza di una nuova lettura dei mutati scenari politico - culturali. Mentre più forte appare la pressione terroristico - giudiziaria nei confronti della Destra politica nascono e si sviluppano decine di periodici giovanili, spesso estremamente spregiudicati nella grafica e nel linguaggio, i quali svolgono, sul territorio, un'importante funzione di testimonianza "controculturale" (tra questi "L'Alternativa" di Benevento, "Perseveranza" di Genova, "La Terra degli Avi" di Firenze, "Controcorrente" di Napoli, "Giovane Destra" di Trieste "Noi Giovani" di Prato).
Ma è soprattutto alla cosiddetta "strategia gramsciana" d'intervento culturale che la Destra pone attenzione, avendo di fronte la necessità - come si legge sul primo numero di "Elementi" - di "confrontarsi spregiudicatamente con le idee altrui, di polemizzare e scendere, se necessario, addirittura nel campo avverso".
La nascita di "Elementi" (1978-1979) è preceduta da una vivace polemica giornalistica, innescata da un'intervista che Alain de Benoist rilascia a Maurizio Cabona per il "Secolo d'Italia".
In essa il "filosofo" della Nouvelle Droite esemplifica il proprio itinerario culturale, analizza il successo di Vu de droite (una vasta antologia critica delle idee contemporanee, pubblicata dalle Edizioni Copernic), parla delle esperienze editoriali d’oltralpe (con, in testa, la prestigiosa rivista "Nouvelle Ecole"), ma soprattutto polemizza con la vecchia Destra, considerata sinonimo di "vuoto teorico". Queste dichiarazioni scatenano un autentico fuoco di fila sulle pagine del "quotidiano della Destra Nazionale". Da una parte i settori del cattolicesimo tradizionale (che accusano de Benoist e i suoi estimatori italiani di volere negare, insieme alla cultura aristotelico – tomista, "il valore degli universali"), dall’altra una giovane pattuglia intellettuale, decisa a dare risposte nuove a nuovi problemi, pur nel solco e nella fedeltà a principi che si reputano eterni. "Elementi" rompe dunque con i classici richiami del tradizionalismo per allargare lo spettro delle idee e delle tematiche. Sul primo numero della rivista compare un saggio di Alain de Benoist sul concetto di comunità in Ferdinand Tonnies, vengono proposte analisi dedicate a Carl Schimtt, a Georges Dumezil, Evola ("profeta dell'anticonformismo"), articoli sul cinema, il femminismo, la letteratura per ragazzi. Nei numeri seguenti si recuperano gli autori della Rivoluzione Conservatrice tedesca; Franco Cardini pubblica un ampio saggio su "L'uomo e la festa"; ci si occupa di controcultura giovanile di scienza, di religiosità. Rivista "di passaggio", essenziale per cogliere un nuovo modello d'interventismo culturale (da Destra), "Elementi" non è tuttavia un caso isolato. A ridosso della seconda metà degli anni Settanta si assiste alla nascita di varie riviste "di settore", le quali vengono a occupare specifici ambiti tematici: il problema del ruolo della donna (reinterpretato - su "Eowyn" - nel segno della complementarietà uomo - donna e nella naturale "armonia dei di - versi"), l'ecologia e la biopolitica (intese - su "Dimensione ambiente" - in senso antiegalitario e antiprogressista), la satira, i fumetti e la "cultura giovanile" (su "La Voce della Fogna"), la letteratura fantastica ("riletta" su "L ‘Altro Regno" e su "Dimensione Cosmica"), l'attualità bibliografica (su "Diorama letterario").
SUPERAMENTO DEGLI STECCATI
La stessa esperienza del quindicinale "Linea" (1979-1981), diretto da Pino Rauti, in parte giocata sul versante interno al Msi-Dn e in ragione dei vari schieramenti/equilibri pre/post -congressuali, ha risposto a esigenze di nuovo impegno culturale. Come ha dichiarato Marco Tarchi, nella seconda metà degli anni Settanta "parecchi esponenti della corrente Spazio Nuovo, legati all’esperienza della Nuova Destra, cominciano a distaccarsi dalla politica attiva. Se la disaffezione non si trasforma in esodo, lo si deve principalmente alla nascita di "Linea, quindicinale diffuso nelle edicole, attraverso il quale Rauti cerca di trasferire lo scontro politico e culturale con la direzione del partito dal terreno interno a quello del confronto pubblico, confidando nell'attenzione dei media (che nei fatti si rivelerà più modesta di quanto sperato). L'impostazione del giornale, che abbraccia un arco di interessi insolitamente vasto e rifugge dal dogmatismo, consente agli esponenti più giovani della corrente di trovarvi una sorta di zona franca in cui esprimere riflessioni "eretiche".
Con gli anni Ottanta, il lungo lavorio culturale dà nuovi frutti, mentre lentamente vengono a cadere i vecchi steccati dell'incomunicabilità intellettuale (signifìcativa, a questo riguardo, la tavola rotonda, pubblicata dal primo e unico numero di "Omnibus", datato aprile 1982, che vede dibattere, sul tema "La tolleranza nella cultura", Massimo Cacciari, Gennaro Malgieri, Giampiero Mughini, Marcello Veneziani e Gianfranco de Turris). Nascono nuove testate, segno di una più matura consapevolezza metapolitica: "I Quaderni di Avallon" (1980, tuttora in corso) impegnati, con numeri monografici di elevato livello critico, nella difesa dell'identità dei popoli e delle culture, nelle culture, nella critica alla modernità e nella riscoperta del sacro; "Il Menabò letterario" (1984-1986) sorta di "ricapitolazione" ragionata di una cultura, finalmente rientrata nei grandi circuiti editoriali e "scoperta" dai mass - media, diretto e ideato da Gennaro Malgieri.
Con «Proposta» (1986-1991), il bimestrale diretto da Domenico Mennitti, il superamento dei tradizionali ambiti politico-programmatici (con una Destra esclusivamente votata alla protesta e all’opposizione) trova più matura dignità. Così, sul primo numero della rivista, Giorgio Almirante traccia una sorta di ponte ideale tra identità di Destra e anelito al cambiamento, mentre Mennitti dichiara: "... noi ci proponiamo di continuare il cammino di una comunità umana e politica che non ha bisogno di "ripensare"; ma semplicemente di pensare, di costruire cioè il suo progetto in un rapporto vivo ed attuale con la società italiana, della quale sa di essere parte
attiva e determinante".
Non è una rivoluzione, ma quasi, nella misura in cui lo sforzo è quello di inserirsi all’interno delle dinamiche socio-politiche (dall’emergere di un nuovo modello industrialista al riformismo costituzionale), rivendicando per la Destra un ruolo e lavorando per una sua piena legittimazione.
Il resto è storia relativamente recente, rispetto alla quale la Destra politica e culturale ha dimostrato di avere ben tesaurizzato il suo più che quarantennale lavorìo intellettuale. E ancora è storia di riviste, quelle nate dopo il 1994, sull’onda della nuova stagione politica inauguratasi, a Destra, dopo il Congresso di Fiuggi, intorno ai temi nuovi e tradizionali dell’umta nazionale e della partecipazione, dell’Europa e della "Rivoluzione italiana", della modernizzazione e delle nuove libertà: segni di carta di un lungo travaglio intellettuale e politico, tutt’altro che formale, nel quale memoria e progetto s’intrecciano, lungo i percorsi di un’identità sempre più matura.
Note
Giuseppe Prezzolini, Intervista sulla Destra, Edizioni del Borghese, Roma 1978.
Cfr. Pasquale Serra, Destra e fascismo?Impostazione del problema, in «Democrazia e diritto — Destre», n. 1, gennaio-marzo 1994, pp. 3-31.
Umberto Di Meglio, Il ruolo della stampa nella nascita del Msi in «Rivista di Studi Corporativi», n. 5-6, settembre-dicembre 1981, pp. 219-220.
Nino Tripodi, All’estrema sinistra, in «Rataplan», n. 11, 21 ottobre 1946.
«Culturalmente ci proponevamo il compito disperato di ‘risalire l’abisso” rivendicando una tradizione storica, senza parentesi né cesure, da tutti irrisa o contestata. ll problema "fascismo" si slargava in più vaste accezioni, come la patria, le vùtù militari e civili, la dignità della persona, tutte considerate attributo del Ventennio, ma che noi rivendicavamo come intramontabili valori wnanz, dedicando ad essi articoli, manifesti, comizi, per contrapporre al decadimento dell’oggi gli esempi del passato» (Tripodi: “In quel clima culturale”, intervista a cura di Gennaro Malgieri, in «1946-198 6: M.S.I 40 anni con gli italiani per lo Stato, la Nazione, il lavoro», supplemento al «Secolo d’Italia», 14 dicembre 1986).
Erede della rivista sindacal-rivoluzionaria, fondata da Arturo Labriola e Angelo Oliviero Olivetti (a Lugano, nel 1906) di «Pagine Libere» escono varie serie, tra gli anni ‘10 e gli anni ‘20 di questo secolo. Nel dopoguerra, una V serie viene pubblicata tra il 1946 e il 1952; la VI tra il 1956 e il 1959; la VII tra il 1961 e il 1968; l’VIII tra il 1988 e il 1997.
La nostra bandiera, in «Pagine Libere», n. 1,10 gennaio 1956.
Cfr. Ernesto Massi, Nazione Sociale - Scritti politici 1948-1976, a cura di Gianni Rossi, Istituto di Studi Corporativi, Roma 1990.
Ivi, pp. 33-34.
Diano Brocchi, L’alternativa, in «Rivista di Studi Corporativi», n. 1, gennaio-febbraio 1971, p. 4.
Cfr. Renato Del Ponte, L’attività pubblicistica politica di Evola negli anni del secondo dopoguerra sino a «Ordine Nuovo», in «Convivium», n. 17, aprile-giugno 1994, pp. 38-56; Renato Del Ponte, Julius Evola: una bibliografia: 1920-1994, in «Futuro Presente», n. 6, primavera 1995, pp. 27-70.
Fausto Gianfranceschi, L’influenza di Evola sulla generazione che non ha fatto in tempo a perdere la guerra, in AA. VV., Testimonianze su Evola, a cura di Gianfranco de Turris, Mediterranee, Roma 1973, pp. 137-142.
Julius Evola, Il cammino del cinabro, Scheiwiller, Milano 1972, p. 164.
Idem, Due intransigenze, in «Imperium», n. 3, luglio 1950, p. 50.
Cfr. Primo Siena Genesi di un documento evoliano, appendice La Destra e i giovani, in Julius Evola, Idee per una Destra, a cura di Alessandro Barbera, «Quaderni di testi evoliani», Fondazione Evola, Roma 1997, pp. 6 1-74.
Giovanni Tassani, La cultura della destra cattolica, Coines, Roma 1976, pp. 73-74.
Cfr. AA. VV, Guardiamoci in faccia - il Borghese 1950-1990, Supplemento a «Il Borghese», n. 12, 25 marzo 1990.
Piero Buscaroli, Della libertà, in «11 Reazionario», n. 2, 20 giugno 1954.
«L’Alfiere», n. 24, marzo 1967, p. 3.
Gaetano Rasi, Luciano Lucci Chiarissi e il Gruppo de «L’Orologio», in «Rivista di Studi Corporativi», n. 1-3, gennaio-giugno 1990, pp. 22-23.
Guido Scotto, Qattro punti nodali, in «Architrave», n. 1, gennaio 1951, p. 1.
Ibidem.
Filippo Anfuso, Proemio, in «Europa Nazione», n. 1, gennaio 1951, p. 1.
Questa rivista, in «La Destra», n. 1, dicembre 1971, p. 3. Le citazioni successive sono tratte dal medesimo testo.
Fausto Gianfranceschi, L'ebete e il robot, in «Intervento», n. 1, febbraio 1972, pp. 11-12. Le citazioni successive sono tratte dal medesimo testo.
Chi siamo, in «La Torre», n. 1, aprile 1970, p. 1.
Giovanni Tassani, op. cit., p. 178.
Perché «Elementi», in «Elementi», n. 1, autunno 1978, p 2
Maurizio Cabona, Incontro con Alain de Benoist il nuovo "filosofo" venuto da altrove, in «Secolo d’Italia», 13 maggio 1978.
Marco Tarchi, Cinquant’anni di nostalgia - La destra italiana dopo il fascismo, intervista a cura di Antonio Carioti, Rizzoli, Milano 1995, pp. 137-138.
Domenico Mennitti, Proposta, in «Proposta», n. 1, gennaio febbraio 1986, p. 5













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