Attualità o inattualità del suo pensiero ?
Intervento per la presentazione del volume: Franco Servello, ALMIRANTE, ed. Rubbettino, 2008, presso la Fondazione Ugo Spirito - Roma 18 settembre 2008
Nel presentare questo libro di Franco Servello su Almirante, mi limiterò ad alcune annotazioni per grandi linee, non brevissime ma il più possibile sintetiche, al fine di lasciar spazio a qualche dialogo con gli amici del pubblico.
Dati i personaggi – l’autore, Franco Servello, per oltre un cinquantennio autorevole esponente politico italiano, più volte deputato e senatore, già vicesegretario vicario di Almirante e tuttora lucido interprete del suo tempo, oltre che valido giornalista, e il soggetto del libro, Giorgio Almirante, figura politica ed intellettuale di grande livello che ha dominato nel panorama italiano della seconda metà del Novecento, oratore, scrittore e giornalista di prim’ordine - credo si debbano fare anzitutto, due ordini di osservazioni: alcune di carattere oggettivo , ma estrinseche al contenuto del libro, ed altre di carattere intrinseco riguardanti la personalità e la materia trattata nel volume.
Le osservazioni di natura estrinseca riguardano:
A) Il fatto che il libro esce nel ventesimo anniversario della scomparsa di Almirante nell’ambito di iniziative volte ad affermare, come è scritto in apertura del volume, l’attualità del suo messaggio. L’on. Servello è il Presidente del Comitato Nazionale “Almirante oggi” , costituito a tal fine;
B) che tale pubblicazione avviene in una delicata fase preparatoria della fusione con il partito di Forza Italia, entro il nuovo partito Popolo della Libertà, di Alleanza Nazionale, erede del partito di Almirante. Il che richiederebbe, ovviamente, una esame specifico circa la relazione tra l’attualità del suo messaggio che viene celebrato quest’anno e la coerenza con detta fusione;
C) che il volume viene presentato al pubblico nei vari incontri che si stanno svolgendo in varie parti d’Italia, in una artificiale ripresa della vecchia polemica fascismo-antifascismo nelle analisi dei comportamenti odierni degli schieramenti politici e del governo.
Come si vede si tratta di fatti rilevanti sui quali non intendo entrare perché sono, appunto, esterni al contenuto in senso stretto del libro, anche se , sia pur indirettamente, essi sono destinati ad incidere nell’esame del saggio di Servello, proprio alla luce di quella valutazione circa l’attualità del messaggio di Almirante che è nell’intento della sua pubblicazione.
D’altra parte - dato lo scopo di questi incontri dei “ Giovedì della Fondazione Spirito : Un libro, un autore tra storia e attualità “ e la natura della sede nella quale avvengono tali incontri, ossia presso un’istituzione dedicata agli studi storici e filosofici in una prospettiva di lungo periodo e al di fuori di suggestioni derivanti dalla pubblicistica del momento - è giusto che mi soffermi prevalentemente sui contenuti del libro e soprattutto sul pensiero di Giorgio Almirante dal punto del suo inquadramento nel fluire storico di un importante movimento politico del Novecento.
Non vi sembri fuor di luogo se parto da una tesi - a prima vista paradossale secondo una certa storiografia, ma in realtà corrispondente alla realtà, specialmente se esaminata alla distanza e nei suoi elementi essenziali - che Ugo Spirito espresse a metà degli anni Settanta a proposito delle distinzione, che egli condivideva con Renzo De Felice, fra “fascismo regime” e “ fascismo movimento”.
Secondo Ugo Spirito il fascismo regime, ( intendendo per “ regime” il complesso dirigenziale delle strutture e delle infrastrutture della nazione) durò circa cinquant’anni, dal 1925 alla metà degli anni ‘70, ossia dal discorso di Mussolini del 3 gennaio 1925, col quale ebbe inizio lo Stato totalitario, alla crisi tra il 1972 e il 1976 della partitocrazia, pure totalitaria, perché escludeva dalla vita politica effettiva formazioni diverse da quelle consentite a seguito della guerra perduta.
Dunque il totalitarismo durò mezzo secolo e occupò esattamente la parte centrale del Novecento.
Per Spirito questo periodo, da valutarsi appunto sulla base della classe dirigente pubblica e privata che ha gestito il nostro Paese, va diviso in due fasi:
una ascendente, dal punto di vista delle efficienza manageriale e della modernizzazione ( per esempio, da economia agricola ad economia industriale), costituita dal ventennio che va dal 1925 al 1945, nel quale la nazione è stata governata da un unico partito;
e una seconda fase, discendente, perché caratterizzata dalla graduale caduta di efficienza dirigenziale e di qualità etica, sia pubblica che privata. Si tratta del periodo che va all’incirca dalla fine della guerra alle elezioni anticipate del maggio del 1972 ( crisi del centro-sinistra, nascita del governo centrista e affermazione del Msi-dn) , durante il quale la vita politica fu dominata in maniera esclusiva dai partiti del cosiddetto “arco costituzionale”( perché esclusivi autori nella redazione della Costituzione varata nel 1948), ossia da quella partitocrazia che fu definita da Maranini “il tiranno senza volto”.
Le strutture e le infrastrutture della società pubblica e privata italiana, secondo Spirito, funzionarono finché furono gestite da burocrati e manager dotati di forte senso dello Stato e del dovere, caratteristica che andò diminuendo fino ad esaurimento, anche per ragioni anagrafiche, negli anni Settanta.
Il nuovo regime post-fascista non si preoccupò infatti di educare una nuova classe dirigente al senso dello Stato, il quale fu sostituito nel migliore dei casi da un generico “spirito di servizio” o da una più asettica “professionalità”, ambedue insufficienti al governo centrale e periferico della nazione, nel senso della partecipazione responsabile alla conduzione del Paese.
Insomma, ripeto, la caratteristica di questo cinquantennio fu il totalitarismo, efficiente- secondo Spirito - nel primo periodo, di mera occupazione del potere nel secondo periodo.
Successivamente, sempre secondo Spirito, subentrò l’ antifascismo regime , con analoghe caratteristiche di chiusura oligarchica, ma ora basato su sistematiche campagne politiche e giornalistiche di demonizzazione e di esclusione per tutto ciò che, quasi sempre arbitrariamente, veniva definito come “fascismo risorgente” perché diverso dal conformismo dei partiti al potere.
Dunque, nel periodo che va dagli anni ’70 in poi ( e che si protrae, almeno, per un altro ventennio, e per molti aspetti anche fino ai nostri giorni) si sviluppa, ad opera di alcuni ambienti intellettuali una pregiudiziale suggestione psicologica ed ideologica volta a influenzare la nuova classe dirigente e che addirittura tenta di formarne la mentalità e di determinarne l’operatività: l’assunto fu questo: “ solo l’antifascismo è democrazia, il resto è fascismo”.
Nei fatti diventano crescenti: il cinismo dei politici di professione: l’arrivismo o il parassitismo fra molti dei preposti alla pubblica amministrazione e ai servizi di interesse generale; la spregiudicatezza e la mancanza di rispetto delle regole da parte di tanti operatori economici; la spregiudicatezza finanziaria dei c.d, “poteri forti” ; l’intreccio tra l’attività politica e sindacale con quella degli affari; il progressivo aumento e peso della criminalità organizzata; il progressivo decadimento della scuola di ogni ordine a grado, prima ridotta a sola istruzione e, poi, fortemente sindacalizzata nel corpo insegnante – per la verità mal pagato - a danno della didattica educativa.
E’ di questo periodo il costante rifiuto delle grandi scelte nazionali , pur necessarie, nelle infrastrutture essenziali per lo sviluppo. Basti pensare solo ad alcune di esse: rinuncia all’industria elettronica d’avanguardia implicita nella non scelta dei sistemi della Tv a colori (non Pal e non Secam) ; nessuna politica dei trasporti con preferenza suicida a favore della “gomma” rispetto alla “rotaia”; nessun potenziamento stradale, ferroviario, portuale e aeroportuale pur in presenza del continuo aumento delle mobilità delle merci e delle persone; rinuncia al traffico fluviale e del cabotaggio marittimo; nessuna politica dell’ energia caratterizzata in particolare con l’auto -distruzione delle prospettive di produzione nucleare, pur in presenza di tecniche d’avanguardia sviluppate in Italia.
Si tratta del periodo culminato ( ma non ancora esaurito ) agli inizi degli anni Novanta con la stagione detta di “tangentopoli” e dalla fine dei partiti fino ad allora dominanti ( Democrazia Cristiana e Partito Comunista Italiano).
I teorici di questo periodo – oltre gli anziani professionisti dell’antifascismo ideologico - sono in particolare: molti dei giornalisti provenienti dall’anarchismo del ’68; una parte notevole dei magistrati ispirati dalla sinistra social - comunista; numerosi ( non tutti !) docenti universitari e delle scuole medie formatisi alla scuola marxista i quali creano i presupposti del relativismo etico ed esaltano il “diverso” e l’individualismo asociale. Insomma quello che ha costituito il blocco del nuovo antifascismo militante nei mass –media.
Appare chiaro che Giorgio Almirante non appartiene né al “fascismo regime”, né tanto meno può essere collocato tra gli ispiratori dell’ “antifascismo regime”, o dell’ “antifascismo militante”, ma che va inquadrato – dal punto di vista delle dottrina politica da lui, o sotto il suo impulso, rielaborata e diffusa - in quello che fu il seguito del fascismo movimento, dopo la fine del fascismo istituzionalizzato.
Il quale movimento nacque – sulla scia del pensiero risorgimentale - ben prima del fascismo regime ed ovviamente non aveva quel nome.
Le radici possono farsi risalire al primo decennio del Novecento, quando presero corpo le correnti nazionaliste per un maggior protagonismo italiano nella politica estera in corrispondenza con lo sviluppo sociale ed economico interno; quando uscirono dal sindacalismo del mero rivendicazionismo di classe coloro che ritenevano possibile una maggior giustizia sociale attraverso presenze istituzionali e quando si affermarono le correnti volte al superamento del parlamentarismo scarsamente realizzativo .
A tal proposito, non va dimenticato che l’ espansione italiana nel Mediterraneo è del 1911 con la guerra italo-turca, la conquista della Libia e l’acquisizione del Dodecanneso; che le prime conquiste sociali si ebbero con la fondazione in quell’anno dell’Istituto nazionale della previdenza sociale (INPS), dell’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro ( INAIL) e della Banca nazionale del Lavoro (BNL) per i finanziamenti alle piccole imprese e dei lavori pubblici.
Insomma si è trattato di quel movimento nazionale e sociale che ha preceduto il fascismo e che ebbe esponenti fra i massimi intellettuali del tempo ( letterati, filosofi, economisti , storici, politici e giornalisti ): da Gabriele D’Annunzio a Giuseppe Prezzolini; da Giovanni Gentile a Tommaso Filippo Marinetti; da Gioacchino Volpe a Sergio Panunzio; da Ardengo Soffici a Giovanni Papini; da Gaetano Mosca a Roberto Michels; da Enrico Corradini ad Alceste De Ambris; da Angelo Oliviero Olivetti a Filippo Corridoni (solo per accennare ad alcuni ).
E così come tale movimento precede il “ fascismo regime” dobbiamo oggettivamente osservare anche che lo segue, naturalmente con altri illustri esponenti e con diverse modalità di espressione.
Dunque, terminato il regime legato soprattutto alla personalità di Mussolini, il movimento nazionale e sociale che segue prese il nome di Movimento sociale italiano (MSI), subito definito dagli avversari come neofascismo, ma che - pur costituito all’inizio soprattutto da giovani idealisti e per il resto da reduci della RSI e quindi per questo aspetto legato alla sventurata vicenda storica – assunse programmaticamente ( e lo praticherà nei fatti ) quelle caratteristiche democratiche che sono fin dall’inizio il dato incontrovertibile del pensiero di uno dei fondatori, appunto Almirante. -
In realtà non si trattava di semplice neofascismo, ma di cosa diversa, pur nel filone di un pensiero autonomo e ben distinguibile dall’ideologia social -comunista, da quella liberal - capitalistica e da quella democristiana, E che ha evidenti caratteristiche democratiche proprio nel porsi come “alternativa al sistema”, ossia ad una democrazia bloccata e chiusa alla dinamica del pluralismo aperto: l’ “esarchia”, prima, il “pentapartito”, poi, e l’esclusione ideologica, infine.
Un pensiero politico che, come ho detto , nasce prima del fascismo regime, diventa quindi l’ispiratore del regime totalitario e dittatoriale, ma che si esprime e sviluppa autonomamente dopo le fine di quel regime e della relativa dittatura.
Ritengo che - pur in una esposizione per grandi linee, inevitabilmente lacunosa nei dettagli, ma mi pare sufficientemente chiara - questa analisi storica debba considerarsi valida.
Ed infatti, nel suo primo discorso alla Camera dei Deputati, il 4 giugno del 1948 , Almirante anzitutto osservava che era necessario introdurre in Italia non la democrazia dei partiti, ma “la democrazia senza aggettivi”, perché vi erano troppi equivoci nelle aggettivazioni in corso: democrazia progressista, democrazia popolare, democrazia occidentale, democrazia orientale ecc.
” Se un aggettivo vogliamo darle - continuava ironico Almirante - perché non chiamarla democrazia amata e farla amare dagli italiani”. E a tal riguardo tacciava di ingenuità la proposta del Presidente del Consiglio De Gasperi, di richiedere un’autodisciplina dei partiti, e osservava che nella Costituzione essi non erano oggetto di alcuna disciplina normativa della loro esistenza.
Per cui sottolineava che bisognava “piuttosto far valere i principi della Costituzione e far si che i partiti e le assemblee e gli organi di Governo siano effettivamente rappresentativi della volontà popolare e non di quella di ristrette minoranze oligarchiche”. ( in Almirante in Parlamento edizione a cura del gruppo Msi-dn della Camera dei Deputati, gennaio 1989, pag. 17).
Dunque il motto “non rinnegare e non restaurare” del nuovo movimento significa appunto non voler rinnegare il pensiero di un movimento che veniva da lontano e che non si voleva restaurare il fascismo-regime.
Ma “movimento” vuol dire anche “cambiamento” . E’ nella stessa natura delle dinamica del progetto politico di un movimento, che si svolge nel corso del tempo, la periodica modifica espressiva del pensiero e la nuova programmazione degli obiettivi. Se il regime è staticità istituzionale, il movimento è dinamica innovatrice. E’ vita , è evoluzione, è porsi nuove mete.
E’ soprattutto allargamento della base del consenso e disponibilità alla cooptazione dall’esterno di nuovi esponenti, che condividano dottrina e prassi del movimento. E’, infine potenziamento organizzativo centrale e periferico e costante formazione, all’interno, dei propri dirigenti a prescindere dalla mobilitazione nei momenti elettorali.
Quali sono, dunque, questi principi e questi valori fondanti maturati nel corso del Novecento.
Sono la contemporanea presenza ed esercizio dei valori di libertà e di giustizia sociale; sono la sintesi fra le ideologie liberali e socialiste; sono i principi dell’unità della nazione italiana e l’ efficienza dell’azione del governo; sono, infine, la rappresentanza completa del cittadino, sia come portatore di indirizzi ed esigenze politiche nonché di doveri e di diritti civili, sia come titolare di competenze professionali e di interessi spirituali, culturali ed economici.
Sono, insomma, i principi del presidenzialismo e del corporativismo predicati da Giorgio Almirante.
L’angustia, strumentale per altro, e storicamente superata seppur ancora praticata della polemica fascismo - antifascismo è puntualmente sottolineata da Servello in questo libro la dove ricorda che “ fu proprio De Felice, in una memorabile intervista rilasciata al Corriere della Sera nel dicembre del 1987 ( ossia poco prima della scomparsa di Almirante ) a decretare, con parecchi anni di anticipo, la fine dell’antifascismo come collante ideologico della Repubblica italiana “, entro la quale agiva e voleva democraticamente affermarsi il Msi.
E questo “sgretolamento dei muri” – argomenta Servello - da quello di Berlino a quelli interni della persecuzione e dell’esclusione è stato accelerato da Almirante, non solo attraverso la predicazione della pacificazione, ma anche grazie allo stile politico “ polemico, ma non fazioso; intransigente, ma dialogante”che praticò nel corso di tutta la sua vicenda pubblica.
U/n’altra cosa è sottolineata da Servello nell’illustrare “lo stile di Almirante e capire perché era tanto amato tra i dirigenti e i militanti del Msi prima ancora che tra i suoi elettori. Ascoltava sempre con attenzione, prendeva appunti e registrava tutto nella sua fervida memoria”.
“E’ sbagliato perciò pensare – dice Servello - che Almirante tentasse di imporre sempre la sua visione delle cose e che le sue strategie venissero elaborate in una solitaria torre d’avorio”
Ricorda Servello – il quale , ricordiamo, fu per lunghi anni Vicario di Almirante - che il “ Segretario si consultava continuamente con gli altri dirigenti del partito, e poi prendeva le sue decisioni. E, anche quando accadeva che tali decisioni venissero poi contestate, nessuno metteva in dubbio la sua capacità riguardare lontano”.
Il concetto di “pacificazione come costante dell’azione politica di Almirante” è sottolineato più volte nel libro di Servello il quale afferma che si tratta “dell’insegnamento più prezioso del leader missino e che tale politica torna d’attualità “ .
“ Non è più solo la riconquista della memoria. E’ l’idea di un nuovo patto tra gli italiani”.
Dunque, la “pacificazione”, così come è stata intesa da Almirante, non fu mai una specie di sottomissione o un rinnegamento per farsi accettare dai soci fondatori dell’antifascismo, ma la pretesa dell’esplicito riconoscimento per i militanti del suo partito della parità politica nell’ambito del diritto di cittadinanza che è uguale per tutti e non soggetto a “graziose” concessioni.
Così come per “pacificazione” Almirante intese chiaramente anche il totale diritto di cittadinanza democratica per le idee e i programmi del suo partito compreso ovviamente il diritto democratico di competere per la loro affermazione e per tutte le modifiche istituzionali e costituzionali proposte. Senza di queste parità l’Italia, secondo Almirante, avrebbe sofferto continue crisi di identità nazionale.
E anche l’idea relativa al “nuovo patto tra gli italiani”- di cui parla Servello - non era di natura meramente sentimentale o di oblio generico delle passate divisione, bensì era di precisa richiesta della revisione costituzionale, per l’introduzione di quegli istituti di sviluppo civile, sociale ed economico che non erano stati previsti, o addirittura erano stati deliberatamente esclusi nella Costituzione vigente.
Primi fra essi l’affiancamento alla rappresentanza tramite i partiti della rappresentanza degli altri corpi sociali , culturali ed economici pure decisivi per la vita della nazione, e l’ elezione diretta dal popolo del Presidente della Repubblica , per sottrarne la scelta al compromesso tra i partiti nella elezione da parte delle sole Camere riunite.
Infine, il libro di Franco Servello stimola una considerazione fondamentale a proposito del concetto di “traghettatore”, che sarebbe stata la funzione storica da alcuni commentatori attribuita all’opera di Almirante.
Il quale , secondo questa tesi, sarebbe stato una specie di Caronte, anticipatore di altrui iniziative, che avrebbe incominciato a portare sulla sua barca le anime irrequiete dei trapassati fascisti dalla riva del fascismo reprobo, attraverso lo Stige democratico, alla riva dell’antifascismo virtuoso.
Ritengo che questa definizione di “traghettatore” per Almirante sia del tutto infondata.
Almirante intese essere, e lo fu nella realtà, un predicatore e un educatore, oltre che un uomo politico nel senso più completo del termine, rivolto a guidare giovani ed anziani verso le mete che la dottrina professata e gli aggiornamenti richiesti dalla dinamica sociale richiedevano.
La sua vita di perenne viaggiatore presso le comunità umane nelle varie sedi del suo partito, la costanza mazziniana che ispiravano il suo fervido pensiero e la sua azione diuturna si fondevano con l’analisi quotidiana della realtà politica, con il dialogo continuo sulle piazze e nei luoghi pubblici con gli amici e con gli avversari, e si concretizzavano nella formulazione degli obiettivi di volta in volta autonomamente espressi dal movimento, sia in sede elettorale che di aggregazione di forze esterne.
Mai, tuttavia, Almirante rinunciò, per “imbarcare” esponenti esterni provenienti da vari partiti, alla idee del movimento che dirigeva. Al contrario portava sulle sue posizioni e faceva accettare le strategie del movimento ai nuovi arrivati che il partito, poi, assimilava.
Basti, fra i tanti casi, citare – nell’ambito della politica della Costituente di Destra ( alla quale avevano già aderito nomi noti provenienti da altre formazioni politiche) e , poi, della Destra Nazionale ( dalla quale era derivata la nuova sigla di Msi-Dn) - la celebrazione della grande Assemblea Nazionale Corporativa tenuta a Roma Eur il 23 e il 24 febbraio 1974 - con le sue 18 sessioni settoriali e le sintesi unitarie organiche dei lavori in sede di Commissioni riunite - indetta da Almirante proprio per dare sostanza alla strutturazione dello Stato da riformare.
In questa occasione Almirante volle che accanto a se - e a coloro che già appartenevano al movimento ( al sen. Giorgio Bacchi, suo vice nel partito e presidente dell’Assemblea, all’on. Pino Romualdi, presidente del Comitato Centrale, al sen. Ernesto De Marzio e all’on. Gianni Roberti , presidenti dei gruppi parlamentari al Senato e alla Camera, al prof. Ernesto Massi economista e tra i maggiori teorici del movimento, al sen. Valerio De Sanctis, giurista;, al prof. Antonio Fede, filosofo e al sottoscritto, direttore dell’ISC ) - potessero esprimersi in senso adesivo i nuovi “ missini”; l’ex liberale, professore di Diritto Costituzionale, Marino Bon di Valsassina ( “La dimensione giuridico – costituzionale del Corporativismo”); il giornalista, già militante nel partito monarchico on Nino Guglielmi ( Il Corporativismo alternativa agli attuali sistemi”); il giuspublicista, prof Ignazio Scotto (“ Stato e individuo”).
In particolare intervenne l’ex comunista, professore universitario di filosofia, sen Armando Plebe, già tra i maggiori intellettuali marxisti non solo italiani ( aveva redatto molte voci dell’Enciclopedia Sovietica), che tenne una relazione dal titolo significativo: ” Incidenza culturale nel mondo d’oggi dell’idea corporativa in contrapposizione al marxismo”.
L’evento fu concluso da Almirante con una relazione dal titolo “L’alternativa corporativa” rivendicando a se “l’onore di aver voluto dare questa svolta in termini corporativi della Destra Nazionale” e di voler costruire sulla base corporativa “le strutture del partito e le sue gerarchie morali politiche, sociali e sindacali come premessa di un rivolgimento delle istituzioni che determini la salvezza dell’Italia…”.
E tutto ciò ben sapendo che nella guerra del linguaggio la parola corporativismo veniva usata in senso spregiativo, quale interesse particolare e settoriale, mentre invece aveva nella sostanza politica, oltre che scientifica, un contenuto concretamente democratico perché consistente nel coinvolgimento organico di tutte le componenti della società nazionale riconducendole consapevolmente ad unità di intenti.
“Io credo –diceva Almirante- che noi possiamo oggi parlare di Corporativismo, in termini moderni, senza timori di confusioni o di contaminazioni pigramente nostalgiche proprio perché non abbiamo mai pensato di distaccarci dalla nostra matrice culturale di fondo. Abbiamo semplicemente tentato di essere degni del nostro passato facendo sì che le parti vive del nostro passato si proiettassero nel presente, si perennizzassero nell’avvenire come sorgenti di pensiero. Come garanzia di moralità, come fonti di riforme strutturali, di revisioni integrali, diciamola pure lo grande parola di cui non abbiamo paura, di rivoluzioni che diano luogo a quei profondi mutamenti negli istituti…”.
Non diverso sarà Almirante nel tempo. Valgano per tutte le parole pronunciate nella seduta del 21 aprile 1987, l’ultima prima della sua scomparsa, in sede di voto di sfiducia del Msi-Dn al governo Fanfani.
Dopo aver chiesto elezioni anticipate “ per cominciare a dare luogo ad un rinnovamento globale della Costituzione”, ribadiva rivolgendosi agli avversari “ quando voi insistete a proposito dei valori della Resistenza ed io insisto sui contrapposti valori della Repubblica Sociale Italiana, io vi dico che non sono disponibile a cedere su questo piano: non sono disponibile a rinnegare; e ricordo a me stesso che il vecchio moto del Movimento Sociale italiano fu inventato da Augusto De Marsanich, che fu splendido segretario del partito e che insegnò nella sua esperienza, nella sua pulizia, nella sua estrema correttezza morale, nella sua grande capacità politica a non rinnegare e a non restaurare”.
E concludeva “ Noi pensiamo di rinnovare noi stessi, di dare esempio di capacità di rinnovamento da parte nostra; pensiamo che sia l’ora per riconoscerci in una Repubblica diversa, adeguata alle necessità dei tempi, in una Repubblica che sappia rappresentare davvero il punto d’incontro tra tutti gli italiani”.
Almirante fu educatore nel senso etimologico del termine ( “portar fuori dall’ignoranza e dall’errore”) perché insegnò con l’esempio e con il ragionamento l’etica nella politica, il compimento del dovere prima del reclamo dei diritti; il bene della nazione superiore all’interesse dei partiti e dei singoli; l’obbligo della conoscenza dei problemi del Paese per chi volesse accingersi ad assumere incarichi nel partito e nelle sedi pubbliche.
E fu una guida politica agguerrita e lungimirante : il costante insistere per una fase costituente; il segnalare la necessità per l’Italia della revisione costituzionale per superare divisioni, inefficienze e corruzioni e introdurre la differenziazione tra le due camere, l’una dei partiti e l’altra delle categorie; la esigenza della programmazione concertata fra governo,enti pubblici e categorie per dare orientamenti di sviluppo equilibrato ai cittadini , agli operatori pubblici e alle imprese ; la partecipazione responsabile e produttiva dei lavoratori alla gestione delle imprese e ai risultati economici; l’elezione diretta dal popolo del presidente della Repubblica per sottrarlo ai mercanteggiamenti partitocratrici; l’unità del Paese contro la frammentazione territoriale e gli egoismi settoriali; la rappresentanza integrale del cittadino secondo le sue idee e secondo le sue competenze; la selezione della dirigenza politica secondo i meriti e la preparazione.
Per altro verso la modifica sociologica del nostro Paese non poteva non determinare un cambiamento politico e comportare, di conseguenza, nuove “tarature” nell’ adeguamento del comportamento e nella guida delle forze politiche ai principi e ai valori fondanti, peraltro sempre riaffermati..
Dunque, non sembra proprio che si possa oggi parlate di “attualità ”del pensiero e dell’azione di Almirante. Considerato quello che è stato sempre il suo insegnamento e quello che viene oggi prospettato per il movimento nazionale e sociale succeduto al Msi-Dn, si dovrebbe piuttosto parlare della …”inattualità” di Almirante !
Non si tratta infatti oggi di veder prospettare un allargamento dell’originario movimento nazionale e sociale caratterizzato, di volta in volta, nel suo percorso storico, dalle sue riaffermazioni programmatiche e dall’adesione dall’esterno di nuove forze politiche.
Al contrario – dopo il depotenziamento organizzativo e la politica del “partito leggero” e meramente elettorale - del dissolvimento di quel movimento entro una più grande formazione partitica, certamente determinata – si potrebbe dire necessitata - dal sistema bipolare vigente, ma di contenuti difficilmente assimilabili al pensiero di Giorgio Almirante.
Di fronte a queste prospettive – ripeto - non si può pensare di costruire nei confronti di Almirante un percorso e uno sbocco sulla base della continuità del suo pensiero, della sua azione e della sua strategia. Viene, al contrario, in evidenza la diversità e la contraddizione rispetto alla suo insegnamento e alla sua politica.
Ma non intendo entrare in queste valutazioni che riguardano vicende in corso d’opera a proposito di un’istituzione partitica de jure condendo,
In conclusione il libro di Servello stimola nuove riflessioni, oltre i temi che egli tratta. Perciò, quando un libro apre un ulteriore dibattito e pone altre domande, è un libro importante.
Vanno, comunque, sottolineate le parole con le quali Servello chiude il suo saggio “ Per la generazione di Almirante, la pacificazione significò innanzitutto lottare per restituire agli italiani il loro passato” e accogliere come auspicio l’espressione: “Oggi significa permettere alla nostra gente di riconquistare il futuro”.
Gaetano Rasi
(settembre 2008)
Le considerazioni di Gaetano Rasi mi sembrano acute, originali ed opportune, soprattutto perchè sottolineano l’attualità del pensiero di Almirante ma secondo un’ottica che si preoccupa di smentire giustamente chi sta tentando di speculare sul pensiero costante del carismatiuco leader del MSI-DN per farne arbitrariamente un antesignano del disinvolto percorso politico imboccato da Gianfranco Fini, che dal “fascismo del duemila” proclamato nel periodo 1988-1991, é transitato al post-fascismo per approdare ultimamente ad un anacronistico “antifascismo” dell’ultima ora.
Approvo tutte le considerazioni dell’amico Gaetano Rasi, alle quali mi permetto di far seguire una personale puntualizzazione sull’originale e persino paradossale tesi di Ugo Spirito; il quale sosteneva che il totalitarismo iniziato in Italia il 3 gennaio 1925, sarebbe durato fino agli anni 1972-1976, cioè agli inizi della crisi della partitocrazia, pur essa totalitaria perchè escludeva dall’arco costituzionale tutte le formazioni che non si riconoscevano nella resistenza antifascista.
Con tutto il rispetto che meritano le convinzioni di Ugo Spirito, oso dissentire dalla qualificazione di totalitario data al regime fascista, a partire dal gennaio 1925, quando il fascismo – per le note conseguenze politiche conseguite al delitto Matteotti- imboccò il tunnel della dittatura ma non quello del totalitarismo. E lo faccio appoggiandomi all’insospettabile autoritá in materia di Hannah Arendt, la quale nella sua nota opera “Le origini del totalitarismo” (The Origins of Totalitarismo, New York 1968) scrive, tra l’atro:
Aggiungo , da parte mia che nel 1938 le condanne del Tribunale Speciale furono 310 e nel 1939 salirono a 365 condanne.
La differenza tra dittatura e regime totalitario veniva graficata al Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, negli anni Sessanta dall’On. Ernesto de Marzio, cosí:
Per mio conto desidero sottolineare che la dittatura fascista, istituendo i Tribunali per la difesa dello Stato che perseguivano gli avversari politici, affermava così l’indipendenza della magistratura ordinaria; cosa che non ha invece fatto la democrazia antifascista che in venti anni di democrazia, attraverso la magistratura ordinaria infliggeva 3200 condanne con pena di carcere per fatti politici (denuncia dell’On. Marco Boato nella seduta della Camera dei Deputati del 24 febbraio 1982).
Quanto alla dittatura, imboccata il 3 gennaio 1925, essa è considerata un elemento circostanziale del fascismo e non un suo elemento genetico, addirittura da Palmiro Togliatti; il quale nel rapporto tenuto al IVº congresso dell’internazionale Comunista affermò:
<>.
Dunque perfino Togliatti riconosceva che la dittatura non costituiva un elemento genetico del fascismo; elemento che emerse solo dopo il 1924 quale soluzione politica alla crisi conseguita all’assassinio di Matteotti. Tale elemento -considerato dal giurista fascista Carlo Costamagna, una fase costituente del nuovo regime che si stava promuovendo- verrà seriemente discusso e severamente criticato durante il periodo della Repubblica sociale italiana, quando si ravvivarono invece gli elementi del “movimento” che avevano caratterizzato gli inizi del fascismo (1919-24).
Sottolineo anch’io la fase discendente dello Stato italiano, iniziatasi negli anni Settanta quando – come afferma giustamente Ugo Spirito – declinò irremediabilmente (a causa delle successione generazionale) la presenza di quei funzionari e manager di stato che s’erano formati durante il periodo fascista; presenza che fu sostituita dal cinismo dei politici di professione e dal parassitismo settario dei funzionari di partito. Fenomeno che Almirante denunció e combatte sempre a viso aperto.
Concordo con Gaetano Rasi: Non si può fare di Almirante l’anticipatore di un traghettatore che intendeva portare il MSI-DN dalla sponda di un fascismo reprobo, attraverso lo Stige democratico, sulla riva di un antifascismo virtuoso. Non lo si può fare senza offenderne la memoria negandone il legato.
Tale legato politico fu ribadito, quasi in articulo mortis (novembre del 1987) in un documento consegnato a Mirko Tremaglia con la precisazione: “Queste sono le colonne d’Ercole oltre le quali non si dovrà mai andare”.
In tale documento (riprodotto dall’indimenticabile Umberto Scaroni alle pagine 236-238 del suo libro Quarant’anni con Almirante, CdL Edizioni 1998) si leggono al paragrafo F) concetti che intendo richiamare alla memoria degli smemorati e dei cinici speculatori:
Dal confronto tra il pensiero e l’azione di Giorgio Almirante e l’itinerario percorso da Alleanza Nazionale, che oggi si presta a dissolversi nel contenitore del berlusconiano Partito della Libertà, emerge con forza la diversità e la contraddizione rispetto al suo insegnamento e alla sua politica. Cioè - mi permetto di sottolineare - si manifesta il tradimento di chi iniziò la sua carriera politica presentandosi cinicamente come suo erede e continuatore. E lo dice uno che – come il sottoscritto - durante la sua lunga militanza nel MSI, non si proclamò mai “ almirantiano”, ma di Almirante accolse molte indicazioni e lo seguì e lo segue nel ritenere possibile la proiezione di quel Movimento nazionale e sociale che – come annota sempre acutamente Gaetano Rasi – precedette il fascismo, ne accompagnò il regime (anche se in posizioni positivamente critiche talora inascoltate), e lo seguì e lo segue, pur con diverse modalità d’espressione, nel progetto di una democrazia organica del secolo XXIº dove, accanto alla rappresentanza dello spettro politico del Paese, si manifesti la rappresentanza viva ed operante di tutta la società civile.
Primo Siena
Santiago del Cile. Ottobre 2008













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