giovedì 25 dicembre 2008

Analisi delle cause finanziarie e possibili scenari futuri (di Davide Corbelletto)

di Davide Corbelletto

Volendo utilizzare un’azzeccata metafora, si potrebbe assimilare la presente crisi economica internazionale ad una fortissima ed improvvisa burrasca, benché di certo non del tutto imprevedibile: un vero e proprio maremoto insomma per il quale, sintetizzando, è possibile individuare almeno due fronti d’onda distinti, successivamente frantumatisi con violenza contro gli scogli di quegli apparentemente bonacciosi e tranquilli lidi su cui fino a pochi mesi fa sembrava risplendere invincibile il caldo sole del libero mercato. Una prima onda urto si è infranta tra l’estate del 2007 e quella del 2008, esplicitandosi nella crescita incontrollata del prezzo delle materie prime (fino a portare il greggio WTI a sfondare - come è noto - quota 145 $ al barile proprio nel luglio 2008) e nel conseguente aumento dell’inflazione; ciò ha evidentemente indotto una frenata dell’economia produttiva, spesso in termini di percentuali a due cifre. L’incremento delle quotazioni di petrolio, gas e derrate alimentari di base (riso, mais, caffè, soia ecc.) è solo parzialmente imputabile - a differenza di quanto quasi tutti gli analisti dei vari governi occidentali hannodiagram_fondo-magazine voluto rilevare - ad una speculazione finanziaria di stampo prettamente borsistico e vede piuttosto la sua causa prima e fondante negli squilibri geopolitici particolarmente accentuatisi negli ultimi anni: più di due terzi delle materie prime - ossia proprio quel quantitativo di cui avrebbero bisogno USA e UE per mantenere il loro ritmo produttivo - si trovano dislocate in nazioni che non necessariamente sposano o sostengono più, come in passato, la linea liberistica statunitense o in aree del pianeta caratterizzate notoriamente da forte instabilità politica; inoltre la domanda di benessere è esponenzialmente cresciuta nell’ultimo decennio grazie alla determinante e massiccia richiesta di nuovi attori che si sono imposti inondando il mercato con i loro prodotti a basso costo, in particolare Cina e India. Una seconda ondata si è invece rovesciata recentemente e con fragore proprio sulle spiagge del principale indiziato e responsabile di quella che si appresta probabilmente ad essere la peggior crisi finanziaria internazionale dopo la Grande Depressione, ossia gli Stati Uniti d’America: colto presumibilmente di sprovvista dal rincorrersi delle notizie sempre più cupe, provenienti dai mercati finanziari sul fine dell’estate 2008, il Congresso ha clamorosamente optato per un perentorio diniego all’iniezione di fondi pubblici nel prestigioso e ultracentenario istituto di credito Lehman Brothers, decretandone la banca rotta dichiarata poi ufficialmente il 15/09/2008, evento che darà quindi luogo ad un effetto domino (14-15/09: Merryl Linch; 16/09: AIG; 18/09: Lloyd’s TBS; 25/09: JP Morgan, ecc.) sugli assetti del sistema creditizio internazionale la portata delle cui conseguenze non è ancora oggi del tutto decifrabile.

Vale la pena sottolineare, prima di procedere, come entrambi i fenomeni, sommariamente riassunti in precedenza, fossero tuttavia presagibili e pronosticabili senza difficoltà e da tempo: se per la prima ondata era sufficiente dare uno sguardo ad un qualunque grafico sull’andamento delle materie prime a partire dal ‘95 per rendersi conto della pressoché continua e inesorabile crescita della curva relativa ai prezzi delle stesse (e conseguentemente dell’inflazione reale non solo percepita, come hanno invece spergiurato - mentendo - i vari istituti di statistica nazionali, i cui calcoli si basavano e basano su panieri la cui composizione si rivela di anno in anno a dir poco ridicola), per quanto riguarda la seconda non poteva certo sfuggire all’amministrazione Bush - benché certamente distratta nell’opposizione inaspettata al suo messianico tentativo di esportare manu militari la democrazia nel modo - la catena di fallimenti di importanti banche ed enti assicurativi come New Century Financial Corps (aprile 2007), American Home MTG (agosto 2007), Countrywide Financial (gennaio 2008), Indy Mac (11/08/2008), Fannie Mae e Freddie Mac (07/09/2008).

Al di là di tutte queste, pur doverose, considerazioni è certamente lecito chiedersi cosa abbia in definitiva generato la presente crisi finanziaria. Possiamo anche qui riassumere, senza correre il rischio di generalizzare o mancare eccessivamente di precisione: la vertiginosa caduta del prezzo delle abitazioni negli USA (scoppio della bolla immobiliare, a partire dall’autunno 2006) ha determinato un aumento delle insolvenze dei mutui e una correlata riduzione della garanzie per gli istituti di credito eroganti il corrispondente finanziamento. Per rendere quanto esposto più chiaro: ammettiamo che il volume di affari di una banca ammonti a 100; possiamo ragionevolmente stimare che in condizioni normali (non subprime) le attività di intermediazione relative alla stipula di mutui si collochino intorno al 35% del totale. Ma le insolvenze, come ricordato poc’anzi, riducono questa quota, facciamo conto del 5%; a seguito di ciò gli investitori perdono fiducia e la quota azionaria passa (ottimisticamente parlando…) dal 25% al 15%, magari in breve tempo: la perdita effettiva non è dunque del 5% ma del 15% (100 - 5 - 10 = 85) del volume complessivo! E quali mezzi ha una banca per coprire questo enorme disavanzo? O agisce sulle sue passività, vale a dire riduce l’interbancario (i.e. gestione ridistribuita del rischio con altri istituti creditizi) e intacca direttamente il patrimoniale (il capitale iniziale con cui spesso la banca stessa è nata), oppure riduce drasticamente le sue attività ovvero sospende il credito alle imprese e alle famiglie, bloccando la produttività economica e quindi la crescita in termini di PIL.

Si è parlato (ed invocato) tanto in questi ultimi mesi di intervento degli stati per risolvere il problema di liquidità delle banche, ultimo sintomo di quella insolvenza strutturale di cui si è cercato di dar conto fin qui. Ma come può muoversi a fatti pratici un governo per aiutare gli istituiti di credito sull’orlo del collasso? Può operare sostanzialmente in due modi per equilibrarne i conti interni: o agisce sul “lato sinistro” (attivo) del bilancio - come hanno fatto gli Stati Uniti con il Troubled Assests Relief Program - sostituendosi direttamente alle banche quale finanziatore di imprese ed aziende private e contestualmente acquistando considerevoli quantitativi di titoli azionari in difficoltà nel tentativo di risollevarne gli indici, oppure interviene - come deciso di comune accordo invece dai governi europei - sul “lato destro” (passivo), emettendo garanzie su depositi e i prestiti numeri1_fondo-magazineinterbancari, nonché immettendo liquidità monetaria nei patrimoni degli istituti di credito mediante opportune ricapitalizzazioni. Indipendentemente dalle modalità con cui le singole nazioni hanno scelto di agire, emerge con chiarezza che l’iniezione di capitale pubblico nelle banche è stata cospicua e sostanziale e altrettanto strutturale sarà l’impatto che ciò produrrà sui bilanci pubblici.

Torniamo però alla nostra metafora iniziale con l’intento di valutare gli effetti di questa crisi e - se è possibile - abbozzare delle ipotesi realistiche sul futuro che ci attende. In ogni burrasca che si rispetti, finita la mareggiata segue solitamente la risacca, un’onda di riflusso con cui il mare si ritirerà sì, ma di certo non senza conseguenze. Quali impatti sull’economia reale è sensato attendersi da questa crisi? Gli scenari internazionali possibili sono sostanzialmente due: o si andrà in contro ad una recessione, pur severa e pesante, ma tutto sommato breve, cui si auspica possa seguire una rapida ripresa già a partire dal 2010, oppure è necessario prepararsi ad una stagnazione/stagflazione sul modello giapponese degli anni ‘90, desolante panorama in cui l’enormità del debito delle famiglie e delle piccole imprese ed attività commerciali potrebbe portare ad una flessione prolungata dei consumi, cui peraltro potrebbe non corrispondere una decisa e contestuale caduta dei prezzi. Molto dipenderà, inutile sottolinearlo, da quanto rapido potrà essere il risanamento del sistema creditizio mondiale, dal futuro atteggiamento geopolitico degli Stati Uniti d’America e ovviamente dalla tenuta delle economie emergenti (Sud Est Asiatico e Sud America in modo specifico).

Ed ora per concludere questa - pur lunga ma ci si augura puntuale analisi dello stato di cose - veniamo al nostro paese: quanto sarà coinvolta e come uscirà l’Italia da questa tempesta finanziaria? La percezione diffusa non pare essere certo delle più favorevoli e tuttavia, paradossalmente, il nostro tanto amato e insieme bistrattato paese potrebbe - con tutta la dovuta prudenza del caso che richiede un’affermazione del genere - rivelarsi sorprendentemente molto meglio ed adeguatamente difeso di altri nell’affrontare questa crisi. Anzitutto il nostro sistema bancario è (salvo note eccezioni di demerito, leggi gruppo UniCredit) composto da istituti di credito nei cui portafogli di attività pesano in percentuali assai più significative che altrove voci come depositi obbligazionari, l’interbancario e i conti correnti, mentre mutui (in special modo a tasso variabile) e titoli finanziari costituiscono ancora oggi quote piuttosto limitate del giro d’affari complessivo; ciò espone inevitabilmente meno le nostre banche all’acquisto di titoli tossici e strumenti finanziari spazzatura di cui molto si parla recentemente. Nel nostro paese inoltre la popolare cultura del risparmio non è ancora stata del tutto (e per fortuna!) intaccata da quel subdolo consumismo a credito, che pure sta facendo proliferare finanziare e agenzie per il prestito con tassi di interesse equiparabili talora allo strozzinaggio. È necessario che chi governa faccia dunque di tale lodevole abitudine consolidata un punto di forza invece di invitare genericamente a spendere (se non a scialacquare) i propri guadagni in nome di un liberalismo d’oltreoceano, tanto mai funestamente omaggiato ed osannato come oggi. Nessuno - men che meno chi scrive - vuole negare o nascondere impedimenti evidenti e problemi contingenti come lo stratosferico indebitamento pubblico, cui ha anche concorso negli ultimi tempi l’irresponsabile stipula di derivati capestro con banche commerciali estere ad opera di alcuni enti pubblici locali, e - a livello europeo - la minor agibilità che la BCE ha (per esempio nel tagliare i tassi) rispetto alla FED, spesso a causa di una burocrazia dannosa che l’Europa ha cominciato a cucirsi addosso da quando ha scelto di unirsi (di fatto solo economicamente e non - almeno ancora, se non pro forma - politicamente). Ma come non si possono tacere i punti deboli sarebbe bene pure evidenziare quei segnali incoraggianti che - se scorti per tempo, magari con un po’ più di fiducia ed ottimismo - potranno aiutare il nostro paese a non rimanere a bocca asciutta bensì a sopravvivere a quello che si preannuncia un repentino e devastante ritiro delle acque.

Davide Corbelletto

Fonte: http://www.mirorenzaglia.org/

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