mercoledì 7 gennaio 2009

Obama, gli Usa, la crisi (di Davide Corbelletto)

Come gli Stati Uniti affronteranno la crisi finanziaria

Il 20 gennaio 2009, Barack Obama si insedierà ufficialmente alla Casa Bianca.

L’ex senatore dell’Illinois è già passato alla storia per essere il primo cittadino americano di colore, eletto 44° Presidente degli Stati Uniti. Ci sia augura tuttavia di poterlo principalmente ricordare come l’uomo le cui scelte, in materia di politica economia, consentiranno a questa preoccupante crisi di esaurirsi nel più breve tempo possibile. Giacché in effetti egli si trova in presenza della congiuntura economica presumibilmente più nefasta della storia: i consumi privati (a prezzi sostanzialmente costanti) nell’area dollaro hanno cambiato segno durante il mese di ottobre 2008, varcando al ribasso la soglia psicologica dello 0%; la fiducia dei consumatori statunitensi non è mai stata così bassa dalla crisi petrolifera internazionale del ‘73 e, tenendo presente che la quotazione del greggio è in caduta libera da quattro mesi e non ci sono preoccupazioni o criticità particolari per le forniture energetiche a medio termine, c’è davvero di che essere seriamente preoccupati. I dati illustrati fin qui possono significare una cosa sola: a dispetto di qualunque rapporto favorevole e compiacente fornito dagli organismi di monitoraggio preposti al controllo dell’economia americana, gli USA sono in recessione strutturale da almeno un semestre; recessione in cui l’Europa e il resto del mondo verranno presto e brutalmente trascinati, inutile nasconderlo.

Tutti gli opinionisti ed i commentatori si domandano quindi in queste settimane che cosa farà Obama per rilanciare l’economia a livello globale. Sono state avanzate in questo senso diverse ipotesi, talora contrastanti: c’è chi ha parlato di graduale scostamento dal liberismo sfrenato di stampo neorepubblicano, preannunciando un modello di stato socialdemocratico; chi invece ha prefigurato le condizioni per un secondo New Deal; infine chi addirittura si è spinto oltre, prevedendo una drastica marcia indietro all’espansione geopolitica - marcatamente caratterizzante gli ultimi otto anni di Amministrazione Bush - ed un ritorno al protezionismo isolazionista sul modello della Germania di Bismarck del 1878.

A modesto avviso di chi scrive, sarebbe più utile chiedersi che cosa può realmente fare - in “soldoni”, è proprio il caso di dirlo! - l’amministrazione statunitense per fronteggiare lo spauracchio di una congiuntura negativa prolungata, piuttosto che perdersi in leziose, accademiche disquisizioni che nulla hanno di produttivo se non riportare sistematicamente a galla teorie economiche evidentemente utopiche (es. il neoliberalismo sociale) o dichiaratamente obsolete (es. autarchia commerciale alla Fichte).

Trattandosi di una crisi prettamente finanziaria1, occorre riflettere anzitutto su quali misure di tipo monetario e fiscale (più che prettamente economico e industriale) verranno, con più probabilità, adottate.

Problema più imminente da risolvere resta quello dello scoppio della bolla immobiliare: per superare la stagnazione conseguente al crollo dei prezzi del mercato edilizio, nel solo Giappone - caso comunque sui generis, geograficamente limitato e tutto sommato legato alla natura insulare della nazione del Sol Levante - ci sono voluti ben 13 anni (1991-2003) di lacrime, sangue e soprattutto di prolungato stop alla crescita del PIL di quello stato.

Verosimilmente Obama proporrà al Congresso l’approvazione di una moratoria sui pignoramenti e un piano di agevolazioni per nuovi mutui o per la riconversione di quelli già stipulati (in particolare per le nefande tipologie subprime e mixed option), commutandoli in finanziamenti a tasso fisso o in alternativa capped rate, cioè con interessi comunque variabili sulla base dello spread ma di cui si conosce, almeno in partenza, la rata più alta che si verrebbe a pagare in condizioni sfavorevoli. Sul fronte delle morosità bancarie la Federal Deposit Insurance Corporation ha poi caldeggiato con cortese insistenza un deciso impegno formale della Federal Reserve nell’acquisizione o nella ricontrattazione di quei mutui ad elevato rischio di inadempimento e non c’è da aspettarsi che il nuovo governo disattenda questa, pur onerosa, richiesta di esborso di denaro pubblico, dal momento che gela il sangue nelle vene la minaccia, anche solo velata, di una possibile anomalia nel sistema delle ipoteche (per es. nel caso di contratti immobiliari sulla permuta di proprietà di un’abitazione, se sia la parte mutuataria - il compratore finanziato - che quella mutuante - l’istituto di credito - si dichiarano insolventi, il venditore si trova nell’impossibilità di risolvere il contratto di vendita stesso, con una serie di conseguenze, anzitutto giuridiche, della cui disastrosa portata viene lasciata libera immaginazione al lettore…)

Altro grande grattacapo è legato al regime fiscale da adottare: Obama ha promesso in campagna elettorale - e su questo punto ha di fatto costruito larga parte del suo consenso - l’eliminazione della Alternative Minimum Tax, provvedimento volto a rimpicciolire sensibilmente il carico fiscale sul ceto medio ma destinato al contempo a ridurre ulteriormente le già esangui casse dello Stato; francamente chi scrive ritiene poco probabile che l’aumento della tassazione sui redditi superiori ai 250.000$ annui e un eventuale, benché auspicabile, drastico aumento dell’imposta sulle plusvalenze - ammesso e non concesso che si tratti di delibere, entrambe di facile approvazione; la nomina del sionista Rahm Emanuel a Capo di Gabinetto della Casa Bianca, la dice lunga sull’opposizione, prima di tutto interna, che l’ala socialdemocratica del partito di Obama troverà alle consultazioni del Congresso… - si rivelino misure sufficienti a ricoprire un gap di tale ampiezza.

C’è poi la tragedia della disoccupazione: entro fine gennaio rischiano il posto di lavoro tra i 7 e 10 milioni di statunitensi. Le passività e le falle contabili dei bilanci dei colossi della triade dell’automobile (GM, Chrysler, Ford) insegnano che nemmeno i big dell’industria pesante sono al riparo dalla tempesta. Quali espedienti, per fronteggiare l’improvvisa e drammatica mancanza di impiego, occorrerà adottare in un paese in cui gli ammortizzatori sociali sono ridotti all’osso? Semplici generosi ampliamenti ai sussidi statali, con il rischio concreto di aprire ulteriormente la voragine dei già malmessi conti pubblici o faraoniche, quanto improbabili, campagne di edilizia pubblica, in una nazione dove la densità di opere ed infrastrutture è tra le più alte al mondo in rapporto alla popolazione? Qui davvero non è dato sapere, giacché nessun rappresentante del Partito Democratico si è ancora espresso con chiarezza e le incognite in gioco non consentono di formulare ipotesi sostenibili né previsioni ragionevoli.

Si è accennato all’inizio anche al protezionismo: se di tale regime economico assumiamo i soli risvolti prettamente fiscali, una ricetta in cui figurino essi come principali ingredienti potrebbe anche approssimare, con discreto margine di tolleranza, la futura condotta del Tesoro statunitense. Perché, se è vero che illustri consiglieri di cui si è circondato Obama in campagna elettorale e che ora, in certa parte, compongono la sua squadra di governo (si pensi ovviamente a Paul Volker ma pure a Warren Buffet e, non ultimo, a Bob Rubin) sono indubbiamente favorevoli ai dettami del libero mercato, la nomina di Timothy Geithner all’Economia va interpretata come un forte segnale in senso doganale e protezionista. Anche qui è difficile azzardare previsioni sul risultato che l’immettersi su una tale linea potrebbe sortire: la Cina ha acquistato negli ultimi dieci anni più di un terzo del debito pubblico statunitense (peraltro quello più marcio, generato in larga parte dalle speculazioni finanziarie legate ai derivati spazzatura) ed è impensabile che ad un paese, a cui si è scaricato un tale fardello, si pongano poi eccessivi dazi alla penetrazione commerciale nel proprio territorio o addirittura si arrivi a proibire la vendita dei prodotti a basso costo da esso importati.

Certamente il neo eletto Presidente - se vuole davvero superare questa crisi in atto e gettare le basi di un nuovo corso mondiale indirizzato ad uno sviluppo più sostenibile - dovrà optare anzitutto per una politica di rigore interna, in controtendenza al messianico messaggio consumista fino ad oggi propagandato con insistenza dalle multinazionali, e dovrà soprattutto correggere od almeno moderare la spasmodica tendenza degli Stati Uniti, assunta - da sessanta e più anni a questa parte - al fine di ampliare a tutti i costi i propri orizzonti, prima geopolitici e culturali e quindi, di mercato e finanziari.

Le premesse certo non sono delle migliori - è vero - ma sperare in un deciso cambiamento di rotta, almeno in questa fase, non costa nulla (il che, di questi tempi, non è certo poco!): questa crisi, che dagli altari ha gettato nella polvere il più potente paese del pianeta dalla fine della Guerra Fredda, potrebbe in fondo anche essere l’occasione giusta perché gli Stati Uniti d’America facciano finalmente una seria autocritica e scelgano di intraprendere una strada divergente da quell’imperialismo aggressivo, sul piano economico e militare, che finora ne ha purtroppo caratterizzato l’azione politica internazionale.

Davide Corbelletto

Note

1) come ampiamente illustrato in La tempesta dell’economia mondiale, Il Fondo 22/12/2008

Fonte: http://www.mirorenzaglia.org/?p=4998

0 commenti: