venerdì 27 novembre 2009

Cremona: fine dei ‘viaggetti gratis’ a Cefalonia - Il pianto dell’Associazione (comunista) ‘Acqui ’ (di Massimo Filippini)

di Massimo Filippini

L’ass. ne (comunista) ‘Acqui’ ha scritto una piagnucolosa “Lettera aperta insieme accorata e ragionata al Presidente della Provincia di Cremona” in merito alla soppressione dei ‘viaggi della Memoria’ a Cefalonia come si legge nel link al sito (comunista) che segue:
http://www.welfarecremona.it/wmview.php?ArtID=13144
Avrei voluto commentare detta lettera ma dopo attenta riflessione mi sono chiesto se valeva la pena di perdere tempo con un’associazione che non merita la minima considerazione stante il comportamento ideologizzato della sua dirigenza che l’ha portata ad essere un pallido ricordo dell’Ass. ne Naz. Superstiti Reduci Famiglie Caduti Divisione Acui’ -che fu rigorosamente apolitica- di cui essa pretende di essere la continuazione avendola ridotta ad una ‘dependance’ dell’ANPI di cui è ben noto l’orientamento politico provato –se ce ne fosse bisogno- dalla presenza ai suoi vertici, quale Vice Presidente, dell’ex deputato di Rifondazione Comunista Armando Cossutta, uno che più comunista… non si può.
Più che provati sono infatti i rapporti intercorrenti tra l ‘ass. Acqui e l’ANPI come si deduce dai link contenuti nella pagina del sito web della prima in cui l’ANPI apre le danze insieme con altre associazioni filo e para…comuniste e i riferimenti alle FFAA –cui la divisione Acqui apparteneva- si limitano ad un link che ne descrive le attività “criminali” contenute in una “Banca dati sui crimini contro le popolazioni civili delle truppe di occupazione italiane nel corso delle guerre coloniali (Libia - Etiopia) e della seconda guerra mondiale (1925- 1943)” mentre solo all’ultimo posto si può trovare un link in cui è tracciato un profilo molto superficiale della div. Acqui:
http://www.associazioneacqui.it/pagine/link.html
Tutto qui.
Ciò –a mio avviso- deve o almeno dovrebbe far riflettere i responsabili delle FFAA sull’opportunità di rivedere i rapporti con un’Associazione che si esprime nei loro confronti razzolando il peggio del web su di esse mostrandone la storia -fino al 1943- come intrisa di crimini e altri atti delinquenziali. Il supporto da esse fornito alle manifestazioni organizzate da detta Associazione appare –alla luce di quanto sopra- come una realtà assimilabile alla ‘sindrome di Stoccolma’ in cui la ‘vittima’ è prona ai voleri del suo ‘persecutore’ al quale, nel caso in questione, viene conferito un immeritato apporto dal ‘perseguitato’ che –al pari di quanto avvenuto a Cremona con i viaggi della memoria- è sperabile che prima o poi abbia fine.
Da tali constatazioni discende la mia convinzione che non valga la pena dilungarsi a scrivere di certa gente anche in considerazione del fatto che la presidenza dell’associazione è affidata ad una persona che con i fatti di Cefalonia nulla ha a che vedere come scrissi nell’articolo che segue:
‘CEFALONIA, ACCADE ANCHE QUESTO: IL PRESIDENTE DELL’ASSOCIAZIONE ‘ACQUI’ NON C’ENTRA NIENTE CON CEFALONIA’
http://www.italiaestera.net/modules.php?name=News&file=article&sid=7991
Detto questo desidero esprimere la mia soddisfazione nel vedere finalmente punita l’alterigia di una congrega che mi ha estromesso, malgrado ad essa fossi iscritto quale Orfano di un Ufficiale morto a Cefalonia, per motivi ideologici dovuti alla circostanza che io non sono comunista, la quale ora si rivolge in toni lamentevoli al benemerito Presidente della Provincia di Cremona che con ammirevole tempismo ha posto fine alla sceneggiata di personaggi che si rifiutano contro ogni logica di discutere la diversa realtà dei fatti risultante dalle ricerche più recenti sull’argomento di cui sono stato –lo dico senza falsa modestia- l’antesignano, pretendendo per di più di continuare a viaggiare a spese delle Istituzioni per andare a raccontare le consuete balle perfino sui luoghi dove si consumò la triste vicenda.
Per fortuna, come usa dire in casi del genere, DIO ESISTE e ne ha dato un’ulteriore prova –lo dico da credente- decretando la fine dei ‘Viaggetti della (LORO) Memoria’ a Cefalonia dove ‘loro’ -cioè comunisti e soci- hanno edificato un ineguagliabile centro di produzione di “tarocchi” ospitato dalla locale associazione italo-greca Mediterraneo che in materia non è seconda a nessuno come si accorse anche il giornalista Nicholas Farrell di LIBERO ivi capitato e subito resosi conto del brodo comunista che là bolle in pentola, di cui riferì nell’articolo “Il museo dei caduti celebra i partigiani”: http://www.libero-news.it/articles/view/567704
Realizzatrice della volontà divina è stata dunque la nuova Giunta Provinciale di Cremona che ha cacciato –grazie al voto popolare- quella precedente di Centro Sinistra piena di riguardose attenzioni verso il “Comitato per la Difesa e lo sviluppo della Democrazia” che non c’entrava un fico secco con Cefalonia di cui esso si era autonominato paladino come scrissi nell’articolo riportato: ‘ALLA PROVINCIA DI CREMONA SI STUDIA CEFALONIA’
http://www.politicamentecorretto.com/index.php?news=1824
Tra le sue multiformi attività particolare importanza ebbe quella ‘marittima’, consistente nell’organizzare una crociera pomposamente denominata ‘Viaggio della Memoria’ per andare a indottrinare schiere di ignari studenti a Cefalonia con la partecipazione di personaggi tutti rigorosamente di Sinistra definibili anche senza rischio di sbagliare ‘comunisti a denominazione di origine controllata’.
Scrissi perfino loro come riportato nell’articolo ma nessuno di quei signori si degnò di rispondere alla mia mail in cui criticavo il loro modo di comportarsi ma riconosco di essere stato un ingenuo perché dimenticai COLPEVOLMENTE di aver a che fare con dei professionisti della menzogna come sono i Comunisti.
La crociera pertanto ebbe luogo alla faccia mia e di chi la pensava come me ma, come Dio volle fu la prima e ultima essendo stata - poco tempo dopo- soppressa dalla Presidenza della Provincia di Cremona di centro-destra subentrata all’Amministrazione ‘rossa’ amica di siffatti personaggi.
Per di più su tali distrazioni turistico-culturali gravò anche il radicato sospetto che fossero un po’ troppo allegre come da articolo che segue per cui l’unico modo per far cessare eventuali irregolarità o abusi fu quello di abolirle destinando i fondi ad attività in favore di categorie bisognose come, grazie a Dio, si è fatto. V. ‘I FONDI PER L’OLOCAUSTO ? FINISCONO IN CENE E HOTEL
http://www.ilgiornale.it/interni/i_fondi_lolocausto_finiscono_cene_e_hotel/02-11-2009/articolo-id=395634-page=0-comments=1
A nulla può valere pertanto il richiamo fatto nella piagnucolosa lettera dell’ass. (comunista) Acqui ai 175 Caduti cremonesi (che in realtà furono 93 nda) considerando che il ripristino di tale piacevole vacanza a spese altrui costituirebbe oltretutto una palese violazione della ‘par condicio’ in base alla quale anche le altre Provincie che ebbero Caduti a Cefalonia potrebbero reclamare analoga possibilità di organizzare crociere dai connotati ideologici di Sinistra come ha fatto recentemente la ‘vendoliana’ Regione Puglia per andare a commemorare (!!) 5.000 morti che non ci furono affatto come da mio articolo che segue: ‘CEFALONIA: ORMAI SIAMO AL RIDICOLO’
http://www.politicamentecorretto.com/index.php?news=15768
Nel reiterare pertanto la soddisfazione già contenuta nel mio precedente articolo ‘CEFALONIA: E’ FINITA LA PACCHIA PER I COMUNISTI’
http://www.politicamentecorretto.com/index.php?news=15630
rivolgo agli inconsolabili ‘vedovi’ e ‘vedove’dei bei viaggetti gratis a Cefalonia l’ esortazione che segue:”SE VOLETE ANDARE A CEFALONIA A RACCONTARE BALLE IL VIAGGIO PAGATELO DI TASCA VOSTRA E NON CON I SOLDI DEGLI ALTRI”..

Massimo Filippini
Orfano di un Martire di Cefalonia
24 novembre 2009

Fonte: http://www.politicamentecorretto.com/index.php?news=17716

Destra, legalità, lotta alla mafia: un'intervista da leggere

Non ci sta Fabio Granata ad accettare che all'interno del Pdl, il suo partito, la questione della legalità («Valori che hanno nutrito intere generazioni di missini») sia derubricata come una faccenda da esibizionisti. Non ci sta che, per errore di prospettiva, il fatto di credere che il nemico «non sia Saviano ma il clan dei Casalesi» significhi agli occhi dei suoi «una vocazione all'eresia e al protagonismo se non al tradimento». Di più, continuando così «il berlusconismo rischia davvero di cancellare la nostra identità, che è quella di chi crede nei valori della legalità, dell'antimafia, della giustizia, del senso dello Stato». L'aria pesante che si respira in questi giorni sul fronte della giustizia con alcune indiscrezioni che annunciano il coinvolgimento di Silvio Berlusconi e di Marcello Dell'Utri e con il dibattito sul processo breve stanno facendo emergere un clima di tensione anche all'interno dello stesso Pdl. Ma, secondo il vicepresidente della Commissione nazionale Antimafia, proprio questo dovrebbe essere il momento per non creare ulteriori divisioni nel Paese.

Perché lui – in una lunga intervista alla Stampa – se li ricorda ancora i giorni in cui la destra guidava le manifestazioni in difesa della legalità all'indomani delle stragi di mafia. Per questo motivo, proprio oggi che questi capitoli sono stati riaperti, «come posso non sostenere il lavoro tenace di un magistrato come Antonio Ingroia che indaga sulla trattativa che ricordo perfettamente accanto a Paolo Borsellino quel giorno alla sala mortuaria per riconoscere il corpo maciullato di Giovanni Falcone?». Detto ciò, «escudo il coinvolgimento di Silvio Berlusconi in questi fatti e troverei paradossale quello di Dell'Utri che conosco come un raffinato uomo di cultura». Ecco che, nel momento in cui dei dubbi su quella stagione tornano ad aprirsi – spiega ancora Granta – «non potrei non sostenere chi dal '92 cerca irriducibilmente di affermarla. A tutti i costi, non facendo sconti a nessuno. Meglio un giorno da Borsellino che cento da Vito Ciancimino». E' per questo motivo che «liberare l'Italia dalle mafie dovrebbe rappresentare il primo punto all'ordine del giorno di qualsiasi governo».

Da un po' tempo però percepisce «una grande volontà di delegittimazione nei nostri confronti» proprio quando su questo motivo si pongono iniziative concrete. «Ormai conta di più l'ossessione della sicurezza del cittadino e delle cellule terroristiche che i valori della legalità e del contrasto alle mafie». A tutto questo Granata risponde che «in Italia i nemici non sono i magistrati ma le mafie e l'illegalità», per cui «la legalità è la precondizione dell'agire politico». Allo stesso modo, se è vero che il governo ha messo in campo delle iniziative concrete di contrasto alla mafia (come l'inasprimento del 41 bis) «il problema è quello della coerenza, dell'agire concreto. Il consiglio comunale di Fondi non è stato sciolto, un emendamento della Finanziaria mette all'asta i beni confiscati ai mafiosi con il risultato che un prestanome di un qualsiasi boss potrà rientrare in possesso di quel bene». Per Granata, insomma, accanto a quello che si è fatto occorre non abbassare la guardia né porsi politicamente come altro rispetto alla magistratura perché «è il linguaggio corrente che vanifica questo buon lavoro» che il governo ha fatto in termini di contrasto alla mafia.

Fonte: http://www.secoloditalia.it/stories/Politica/291_destra_legalit_lotta_alla_mafia_unintervista_da_leggere/

L'intervista su LA STAMPA.it

Granata: nel Pdl adessoci guardano come appestati di Guido Ruotolo

Per la pattuglia di finiani, sono giorni di una ritrovata «identità» che sembrava consegnata alla storia, di riscoperta di «valori che hanno nutrito intere generazioni di missini»: «Il berlusconismo rischia veramente di cancellare la nostra identità, che è quella di chi crede nei valori della legalità, dell’antimafia, della giustizia, del senso dello Stato. All’interno del Pdl, anche da parte di chi un giorno credeva nei nostri valori, ci guardano come appestati. Siamo diventati eretici perché ci accusano di essere giustizialisti e non garantisti». E’ domenica, dovrebbe essere il giorno del riposo anche per i guerrieri della politica. Alle spalle, una settimana di passione attorno al caso Cosentino, al «processo breve», ai temi sensibili della vita e della morte, dell’immigrazione, della cittadinanza. Ma Fabio Granata, teste d’ariete della pattuglia finiana, un «vecchio» della politica anche se ha appena cinquant’anni (entrò nel Fronte della Gioventù a 13 anni) apre adesso un nuovo fronte di polemica, di confronto interno al Pdl: la lotta alla mafia. Sono giorni di boatos, di preoccupazione per quello che potrà accadere. Arrivano segnali inquietanti dagli uffici giudiziari di Palermo, Caltanissetta, Firenze: sono le tre procure che indagano sulla «trattativa» tra pezzi dello Stato e Cosa nostra, sulle stragi del ‘92 e del ‘93. Boatos che parlano di un coinvolgimento di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri. «Come posso non sostenere il lavoro tenace di un magistrato come Antonio Ingroia (il procuratore aggiunto di Palermo che indaga sulla trattativa, ndr) - mette in chiaro Granata - che ricordo perfettamente accanto a Paolo Borsellino quel giorno alla sala mortuaria per riconoscere il corpo maciullato di Giovanni Falcone?».

Onorevole Granata, dal Pdl, dai giornali vicini al centrodestra si annuncia un nuovo complotto contro Berlusconi che sarebbe in cottura in quelle procure che indagano sulle stragi mafiose. Lei che è vicepresidente dell’Antimafia, crede nel complotto? «Ho visto la gente impazzita di rabbia e dolore ai funerali di Paolo Borsellino che, insieme ai suoi cari, faceva parte della nostra famiglia missina. Quella enorme e disperata domanda di giustizia l’ho tenuta nel cuore e per questo non potrei non sostenere chi dal ‘92 cerca irriducibilmente di affermarla. A tutti i costi, non facendo sconti a nessuno. Meglio un giorno da Borsellino che cento anni da Vito Ciancimino.Liberare l’Italia dalle mafie dovrebbe rappresentare il primo punto all’ordine del giorno dell’azione di qualsiasi governo. La politica deve essere coerente e al di sopra di ogni sospetto perché la sua forza più grande resta l’esempio. Detto questo escludo il coinvolgimento di Silvio Berlusconi in questi fatti e troverei paradossale quello di Dell’Utri che conosco come un raffinato uomo di cultura».

Cos’è che la preoccupa? «Occuparsi di tutela del territorio, parlare di legalità, sostenere la magistratura antimafia, credere che il nemico sia la camorra e non Saviano, pretendere verità e giustizia sulle stragi del ‘92 del ‘93 per molti miei colleghi rappresentano preoccupanti sintomi di una vocazione all’eresia e al protagonismo, se non al tradimento».

Sospetti pesanti... «Vedo in giro una grande volontà di delegittimazione nei nostri confronti. L’accusa più fastidiosa che ci hanno rivolto è quella della ricerca della visibilità. Mi sento isolato e guardato con sospetto. Dopo aver chiesto il doveroso passo indietro a Cosentino dalla candidatura e dal governo, ho percepito una forte ostilità in Parlamento da parte di molti colleghi del Pdl anche di provenienza An. Ormai conta di più l’ossessione della sicurezza del cittadino e delle cellule terroristiche internazionali che i valori della legalità e del contrasto alle mafie».

Nicola Cosentino, dalle colonne di «Libero» dice che «Saviano non ha una vera percezione della camorra» e che voi finiani non dovete «disperdere l’anima garantista che è uno dei valori fondanti del Pdl». «A Casal di Principe il problema non è Saviano ma i Casalesi. In Italia, i nemici non sono i magistrati, ma le mafie e l’illegalità. Io sono garantista perché credo nel giusto processo, nella tutela delle garanzie per gli imputati, nel sacrosanto diritto delle vittime a ottenere giustizia, nel rispetto delle regole. Ci accusano, anche i vari Matteoli e Gasparri, con una punta di disprezzo di essere giustizialisti. Rispondo che il senso della giustizia e il senso dello Stato devono essere i valori fondanti di tutti i partiti, non solo del Pdl. La legalità è la precondizione dell’agire politico, l’asse portante dell’identità condivisa degli italiani».

Il governo potrebbe obiettarle che sulla mafia sta conducendo una battaglia in prima linea con la cattura dei latitanti, il 41 bis, la confisca dei beni, una legge più invasiva sulla scioglimento dei consigli comunali. «Tutto vero, ma vede il problema è quello della coerenza, dell’agire concreto. Il consiglio comunale di Fondi non è stato sciolto, un emendamento della Finanziaria mette all’asta i beni confiscati ai mafiosi con il risultato che un prestanome di un qualsiasi boss potrà rientrare in possesso di quel bene. Ma è il linguaggio corrente che vanifica questo buon lavoro. Tra i nostri vecchi punti di riferimento culturale, mi piace ricorda un poeta politicamente scorretto come Ezra Pound: "Esiste una sola cultura, quella delle idee che diventano azione"...».

Fonte: http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/200911articoli/49657girata.asp

Il conservatorismo contemporaneo di Scruton (di Giulio Meotti)

Si conclude con un elenco di consigli di letture il “Manifesto della destra divina” (Vallecchi) di Camillo Langone. Accanto alla Bibbia e a Dante, compaiono Pier Paolo Pasolini, Josemaría Escriva de Balaguer, Luigi Giussani, Nicolás Gómez Dávila, C.S. Lewis, Orazio, Fernando Pessoa e Nikos Salingaros. C’è anche il filosofo inglese Roger Scruton, il letterato-predicatore, uno dei massimi esponenti del conservatorismo contemporaneo, “l’anima culturale della Thatcher Revolution”. Proprio a Scruton, autore del saggio “Il manifesto dei conservatori” e giudicato dal New Yorker “uno dei più influenti filosofi al mondo”, abbiamo chiesto un parere su questa biblioteca. “Sono d’accordo con l’elenco di libri”, ci dice Scruton. “E con piacere vedo che c’è anche il mio amico Nikos Salingaros, per il quale la vita nell’architettura è il fondamento della comunità umana, il presupposto per il nostro abitare.

Per lui il problema sta nello spirito di decostruzione, che si è diffuso nel mondo intellettuale al pari di un virus impedendo le normali forme di pensiero. Nella lista di libri che c’è anche Jean Clair, uno degli ultimi autentici critici d’arte. Ha fatto bene l’autore a inserire Luigi Giussani, un protagonista della causa italiana che si è opposto alla cultura che sta dietro al ’68, al suo nichilismo, favorendo la ricerca di Dio”. Scruton parla anche di T.S. Eliot. “Eliot ha colto la distinzione tra una nostalgia volta al passato, che non è altro che un’altra forma di sentimentalità moderna, e una tradizione genuina che ci dà il coraggio e l’ottica giusta con i quali vivere nel mondo moderno. Eliot ha ereditato quel grande bene dello spirito pubblico che è il dono della democrazia americana al mondo moderno. Ma non era democratico nei sentimenti, poiché credeva che la cultura non potesse essere affidata al processo democratico, proprio per questa incuranza nei confronti delle parole, questa abitudine ai clichè ottusi, che sempre si presentano quando si reputa che chiunque abbia uguale diritto di esprimersi. La risposta deve trovarsi nella religione e, in particolare, nel linguaggio comune che una religione tradizionale dona sia alla grande cultura dell’arte sia alla cultura di base della gente. La religione è la linfa di una cultura”.

Ma il conservatorismo non ha bisogno soltanto di libri, conclude Scruton. “Per dieci anni prima del 1989 ho visitato i paesi dell’Europa orientale per sostenere l’educazione clandestina attraverso reti di dissidenti. Venivo caricato in auto agli angoli delle strade e portato in appartamenti pieni di fumo, dove mi aspettavano studenti venuti lì soltanto per incontrarmi. Ogni colpo alla porta era accolto da un silenzio glaciale. C’erano libri in molte lingue sugli scaffali e un crocifisso alla parete. Nel 1985 venni arrestato dalla polizia cecoslovacca, ma ci siamo fermati soltanto quando quelle catacombe sono state aperte. E l’Unione europea ha facilitato la transizione dal comunismo. Oggi però, oltre ai libri, c’è bisogno anche di una leadership che affronti la macchina europea determinata a brutalizzare lo spirito della cristianità e a favorire un nuovo tipo di nichilismo materialista. Forse è dall’Italia che inizierà la battaglia per l’anima europea. Il primo passo è ignorare il recente pronunciamento contro il crocifisso nelle aule scolastiche da parte della Corte europea dei ‘diritti inventati’. Il passo successivo è disobbedire a tutte le leggi imposte nel paese dai suoi nemici”.

Fonte: http://www.ilfoglio.it/soloqui/3881

Io, Franco Cardini: quella strega nazi - maoista - islamica

di Franco Cardini

Trascrivo, qui di seguito, un articolo a firma Alexandre Del Valle comparso sul quotidiano Libero del giorno 17.11.2009. Per quanto dal contesto di esso la cosa non sia chiarissima, si tratta a quel che pare degli estratti di un recente libro del Del Valle, noto per la sua tesi secondo la quale gli Stati Uniti d’America si servirebbero dell’Islam (presentato e trattato come una realtà omogenea e totalizzante) per compromettere e ostacolare la vita politica, culturale. civile, sociale ed economica dell’Europa. Non ho alcun contatto con il signor Del Valle, e ignoro pertanto sulla base di quale bislacca deontologia professionale egli parli di qualcuno che avrebbe potuto informarlo di prima mano sia delle proprie pubblicazioni, sia delle proprie autentiche posizioni.

Escludo pertanto, sulla base di quanto dal suo scritto rilevo, che il signor Del Valle sia intellettualmente onesto e culturalmente capace di condurre una ricerca corretta: mi chiedo d’altro canto perché il quotidiano Libero abbia accolto un attacco personale così virulento e diretto – suscettibile a quel che persone competenti mi suggeriscono anche di azione legale -, a meno che all’interno di quel giornale non vi sia qualcuno per qualche motivo interessato a diffamare la mia persona. Addito comunque un tale modo di far “giornalismo” al disprezzo di chiunque si appresti a esaminare questo dossier.

Sotto l’articolo di Alexandre Del Valle, la mia replica sul Secolo d’Italia di oggi.

17 novembre 2009

Il fronte comune di islamici, nazisti e compagni di Alexandre Del Valle

L’espressione «rosso-nero-verdi», da cui è stato concepito il titolo di questo libro, venne utilizzata per la prima volta da Jean Thiriart. Militante nell’estrema destra belga e nel Circolo degli Amici del Grande Reich Tedesco (AGRA) durante l’occupazione nazista del Belgio, Thiriart, all’epoca giovane rexista, era stato molto legato al movimento nazionalbolscevico filonazista del professor Kessemaier e imprigionato per collaborazionismo alla fine della guerra. All’inizio degli anni ’60 diede vita a una nebulosa internazionale neonazista e poi, dopo essersi momentaneamente opposto alla decolonizzazione, abbracciò, come la Nuova Destra, posizioni filoarabe e terzomondiste. Diventato filosovietico, Thiriart denunciò oppositori anticomunisti cristiani dell’Europa dell’Est come Lech Walesa, definendolo una «marionetta della propaganda sionista e americana». (…)

Concentrò i suoi sforzi sull’antigiudaismo e sull’alleanza con i nazionalisti arabo-musulmani alla stregua di François Genoud e del Gran Muftì di Gerusalemme. In Francia ispirò rosso-neri come Christian Bouchet, la Nuova Destra o gli intellettuali usciti da questo movimento e diventati più rispettabili, come Franco Cardini in Italia.[1] In America Latina, influenzò il dittatore argentino Perón, il geopolitologo peronista-negazionista argentino Norberto Ceresole, e sopratutto il leader della «Rivoluzione bolivarista» Hugo Chávez. (…)

In maniera repentina, quindi, questo nostalgico del Terzo Reich diventò antimperialista, filocubano e filocinese. Un cambio di rotta che lo portò al «nazionalcomunismo» al fianco dei militanti maoisti, con i quali condivideva un antisionismo virulento e una fascinazione per l’azione rivoluzionaria diretta di tipo palestinese. L’alleanza con la Cina comunista e il mondo arabo era per lui necessaria contro il nemico principale: l’imperialismo americano-sionista. Ma l’odio viscerale nei confronti degli Stati Uniti fece nuovamente evolvere il suo movimento verso posizioni filosovietiche e filorusse, in contrapposizione all’antiatlantismo. I Cahiers du Solidarisme, anch’essi frutto del movimento Giovane Europa di Thiriart, editati dal 1976 al 1979, seguivano la stessa direzione. In un numero già citato della rivista Eléments, dedicato agli arabi, Claudio Mutti ha spiegato come l’organizzazione e la rivista Jeune Europe di Thiriart avessero motivato la sua conversione all’Islam e il suo filoarabismo terzomondista «di destra». Fu in quegli anni e seguendo quest’evoluzione che i “Solidaristi” e la Nuova Destra, influenzati da Thiriart e Jeune Europe, strinsero legami con i gruppi «euro-terroristici» di Action Directe, delle Brigate Rosse italiane – che all’epoca era considerata la più efficace struttura d’azione «antimperialista» – e delle Cellule Comuniste Combattenti (equivalenti belghe delle prime due). Un avvicinamento che ebbe conseguenze dirette quando i militanti del gruppo di Thiriart si associarono all’estrema sinistra terroristica in Italia, in particolare a Renato Curcio, che in seguito fu a capo delle Brigate Rosse.

Il camerata Renato Curcio

Contrariamente a quanto scritto dai suoi biografi, il terrorista rosso Renato Curcio non iniziò la sua «carriera politica» a Trento nel 1967, ma diverso tempo prima ad Albenga, nell’ambito del movimento di estrema destra americanofobo e antisemita di Thiriart, Jeune Nation, che darà i natali, in Italia, a Giovane Europa, dalla quale Curcio trarrà la propria formazione. Nel n. 4 della rivista Giovane Nazione, il «camerata Renato Curcio» è citato in qualità di responsabile della sezione di Giovane Europa di Albenga. Nel n. 5 (ottobre 1963) dello stesso giornale, Curcio è lodato per il suo «zelo militante», e solo in seguito egli entrerà a far parte del movimento studentesco di estrema sinistra. È in Giovane Europa che imparerà i pregi dell’organizzazione e della centralizzazione leninista e che studierà le basi teoriche della guerra partigiana nonché il concetto di «brigata politico-militare». A partire dal 1967, Renato Curcio si farà promotore di movimenti studenteschi di estrema sinistra all’Università di Trento ed entrerà a far parte del Partito comunista italiano (Marxista-Leninista), partito rosso-nero-verde ante litteram che all’epoca collaborava con Giovane Europa e promuoveva la rivista Lavoro Politico.

È in questo periodo che Curcio conosce e sposa Margherita Cagol, la futura pasionaria delle Brigate Rosse. In seguito egli si recò a Milano, dove entrò in contatto con l’editore di estrema sinistra Giangiacomo Feltrinelli, il quale lo mise in contatto con il gruppo terrorista tedesco della Raf e con la Sinistra proletaria francese.

Così come la Jeune Europe, votata a partire dal 1966 a dare vita a una forza politico-militare destinata «ad abbattersi sull’Europa per farla finita con i collaborazionisti di Washington», anche le Brigate Rosse denunciavano la Nato come «organo di polizia degli americani in Europa». I concetti erano gli stessi. A parte Renato Curcio, l’ideologo rosso-nero-verde che meglio illustra, in Italia, la confusione «nazimaoista» è l’editore Franco Giorgio Freda, fondatore delle Edizioni di Ar, incarcerato per vent’anni per «cospirazione politica» e presunta partecipazione ad alcuni attentati che hanno insanguinato l’Italia, come la strage alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana a Milano.

Freda, Mutti e Blondet

Nel 1969, a Padova, Freda fu il co-organizzatore della prima grande manifestazione pro-Palestina mai avvenuta in Italia, legata ad alcuni rappresentati di al-Fatah e a dirigenti del gruppo maoista di Potere operaio. In un’intervista alla Librairie Française, Freda ha spiegato il suo cocktail ideologico in occasione della presentazione di un suo volume. Nel frattempo, alcuni suoi amici danno vita a sezioni dell’associazione Italia-Cina e, con Mutti, all’associazione Italia-Libia. (…) Parimenti, Claudio Mutti, formatosi nella Giovane Europa negli anni ’60, diventò «maoista» e tentò di creare una struttura «nazimaoista» in Italia attorno ai simpatizzanti della rivista Orion. Mutti teorizzava una unionsacrée in questi termini: «Contro il fronte dell’insolenza democratica, dell’avidità finanziaria e della dominazione ebraica ci dovrebbe essere un fronte di estrema sinistra e di estrema destra». (…)

In Italia, l’istigatore antisemita cattolico Maurizio Luigi Blondet ha conosciuto anch’egli una popolarità trasversale rosso-nero-verde, dopo essersi specializzato nella negazione dell’11 settembre e nella tesi del «complotto giudaico-massonico» contro i musulmani e i cattolici. Blondet, giornalista e scrittore vicino all’area cattolica integralista, ex inviato speciale de Il Giornale e dell’Avvenire, dirige le edizioni Effedieffe fondate da Fabio De Fina.La maggior parte dei suoi scritti riguarda i «poteri occulti» e le «oligarchie». Blondet si occupa di un settimanale intitolato Il Cospiratore e scrive regolarmente editoriali antiebraici sul giornale integralista online Effedieffe, anch’esso pubblicato dalla casa editrice creata e diretta da Fabio De Fina che ha sede a Viterbo.

Le tesi revisioniste

Dopo l’11 settembre Maurizio Blondet si è impegnato a divulgare le tesi revisioniste di Thierry Meyssan, spiegando che gli attentati di Manhattan a opera di fondamentalisti islamici sarebbero stati il frutto di un complotto americano-sionista e massonico destinato a «distruggere la resistenza islamica» al Governo Mondiale, così com’è descritto nei Protocolli dei Savi di Sion, testo a cui fa spesso riferimento l’autore.

Blondet ritiene che, dall’11 settembre alla crisi dei subprimes, l’origine della decadenza e delle catastrofi mondiali vada ricercata nei complotti orditi dalle strutture bellico-industriali dell’Occidente, in particolare da quelle americane e dalle lobbies petrolifere e politiche giudaico-massoniche; senza dimenticare che i neoconservatori americani sarebbero alla base del «complotto dell’11 settembre». Blondet ha presentato quest’idea in numerosi suoi scritti. Alcuni mesi dopo gli attentati di Manhattan, Blondet ha sostenuto l’argomento dell’«autoaggressione» statunitense e della partecipazione dei servizi segreti israeliani alla legittimazione dell’intervento armato in Afghanistan e in Iraq.

Blondet è attivo anche nella ricerca delle «origini» ebraiche, benché antiche, dei grandi papi «cospiratori»; ha prodotto prove sull’ascendenza ebraica del defunto papa Giovanni Paolo II presentate nell’opera Cronache dell’Anticristo. La testimonianza di una nuova convergenza rosso-nero-verde è offerta dalla riformulazione di determinate tesi di Blondet da parte di alcuni esponenti dell’ultrasinistra. Fatto che risulta evidente consultando il sito No Global http://www.edoneo.org o la pagina http://smart.tin.it/rancinis/ fiamma.html, in cui si trovano gli articoli del teorico italiano dell’alleanza «catto-islamista» contro i «decadenti» e i giudeo-massoni. Le posizioni di Blondet, infatti, sono abbastanza diffuse nella destra neopagana e integralista-cattolica italiana.[2]

Esse hanno anche registrato una certa “rispettabilità”, da quando uno dei suoi principali rappresentanti,[3] il cattolico convinto e un tempo membro della Nuova Destra e dell’Msi Franco Cardini, si è allontanato dagli ambienti radicali per divulgare le tesi negazioniste dell’11 settembre, filoislamiste e antisioniste sulla stampa nazionale[4] o in opere collettive quali Zero, lavoro dedicato alla negazione degli attentati di Manhattan e del Pentagono del 2001 e scritto assieme a famosi esponenti dell’antiamericanismo e del revisionismo come Thierry Meyssan.[5]

Cardini, docente di Storia medievale a Firenze, è stato membro del movimento transnazionale Jeune Europe fondato dal belga Jean Thiriart,[6] ha studiato la mistica fascista e il sincretismo islamico e ha preso posizione contro le guerre in Afghanistan (2001) e in Iraq (2003) aderendo alla grande manifestazione unitaria del 13 dicembre 2003 promossa dal Campo Antimperialista.[7] È stato direttore editoriale del mensile della Fondazione Federico II di Palermo, L’Euromediterraneo,[8] e dell’Associazione culturale Identità Europea. Come molti antimperialisti e antisionisti formatosi nella Nuova Destra, egli promuove un’immagine positiva dell’Islam nel quale identifica, seguendo il pensiero di Guénon, sia una religione «tradizionale» sia, all’interno del mondo arabo, una zona di opposizione alla cultura imperialista, mondialista e materialista dell’Occidente americanizzato. Come hanno rivelato il settimanale Tempi e l’agenzia d’informazione Corrispondenza romana, Franco Cardini è corrispondente[9] di Radio Teheran, nella sezione ufficiale di La Voce della Repubblica islamica, cioè la radio di Stato iraniana che trasmette tutti i giorni in lingua italiana da una capitale estera. Radio Teheran esiste dal 1995, ma sta acquisendo sempre maggiore peso grazie al rinnovato protagonismo internazionale del leader Ahmadinejad. Cardini esprime spesso il suo parere sulla Palestina, l’Iraq, «l’islamofobia» o la politica italiana. Autodefinitosi «uomo d’ordine e di destra»[10] e spesso interpellato dal Secolo d’Italia, Cardini è stranamente risparmiato dalla sinistra ed è anche stato portato a esempio dal leader del Pd Walter Veltroni[11] per i suoi attacchi ai tagli del governo alla scuola e all’università.

Che io sia una strega? di Franco Cardini

Nella nostra vita, il dolce si mischia sempre all’amaro. E magari al piccante. E’ la regola. E io non vi sfuggo.

La settimana scorsa ero vicino a Gerusalemme, nell’oasi ospitale di Nevé Shalom, l’ “Oasi di pace” dove israeliani ebrei, arabi cristiani e arabi musulmani vivono insieme, cercando di dimostrare al mondo che tutto è possibile agli uomini di buona volontà. Abbiamo ricordato insieme, con la preghiera e con un convegno di studi, la memoria di padre Michele Piccirillo, il prestigioso francescano-archeologo di recente immaturamente scomparso. Anima dell’evento è stata una mia meravigliosa amica, Simonetta Della Seta, adesso addetta culturale presso la nostra ambasciata a Tel Aviv. Con Simonetta ho scritto un romanzo storico, Il guardiano del santo Sepolcro (Milano, Mondadori, 2000), dove noi due, un’ebrea e un cattolico, c’incarichiamo di far parlare in prima persona il portinaio della basilica gerosolimitana della resurrezione, un musulmano. Peccato che i media ne abbiano parlato poco. A Nevé Shalom ho avuto la gioia di poter riabbracciare tanti stimati colleghi israeliani, come il grande medievista Benjamin Z. Kedar, amico di colui ch’è stato uno dei miei più cari maestri, Joshua Prawer., il cui splendido libro Colonialismo medievale ho avuto l’onore di tradurre in italiano (Roma, Jouvence, 1985). I miei amici ebrei, tanto italiani quanto israeliani, sanno bene che io non concordo in tutto con la politica israeliana, specie con quella di alcuni recenti governi e soprattutto con l’attuale, e segnatamente nella politica seguita nei confronti dei palestinesi e dei “territori occupati”; come sanno che io non credo molto che l’attuale modo maggioritario di presentare la società iraniana sia corretto e risponda completamente a verità. Ma discutiamo, come si fa tra amici: e gli amici non sono quelli che ti danno sempre e comunque ragione, ma quelli che ti espongono lealmente le loro ragioni e si aspettano altrettanto da te.

Per il resto, essi – che mi leggono – sanno benissimo che cosa pensi di loro, della loro cultura e della loro fede abramitica, che da figlio di Abramo in quanto cattolico anch’io per tanti versi condivido. L’ho scritto a chiare lettere, introducendo la traduzione italiana del libro curato da Alain Dieckhoff, Israele. Da Mosè agli accordi di Oslo (Bari, Dedalo, 1999). Dicevo testualmente, a p.14: “…Israele non è né uno strano fenomeno antropologico-religioso, né una specie di fossile storico misteriosamente sopravvissuto e riaffiorato nelle tormentate vicende degli ultimi duecento anni. Ma, semplicemente, una parte di noi e delle nostre vicende di cui non possiamo fare a meno. Una gloria del mondo”. Non ho nulla da aggiungere e nulla da togliere a quelle parole.[12]

La bella esperienza di Nevé Shalom si è conclusa per me venerdì scorso, a tavola, ospite fraternamente accolto da Simonetta, da suo marito – il musicologo Massimo Torrefranca – e dai loro figli Anna e Gad, per la cena di shabbat.

Fin qui il dolce. L’amaro, o meglio il “piccante” – nel senso dell’irritante –, è arrivato qualche giorno dopo, il 17 novembre scorso, con un articolo nel quale Alexandre Del Valle, forse sull’onda delle recenti dichiarazioni del ministro Maroni, “denunzia” un terribile complotto “verde-nero-rosso” ordito insieme, in spregevole combutta, da fondamentalisti islamici, nostalgici neonazisti ed estremisti bolscevichi. E naturalmente buona parte di tale articolo è dedicata a me: non ho capito tropo bene in quale delle tre convergenti categorie egli mi ponga, ma credo in entrembe (neologismo per dire in tutte e tre).

Follìa diffamatoria? Non proprio. O, perlomeno, diciamolo con l’Amleto di Shakespeare: c’è del metodo in questa follìa. Il Del Valle in realtà in parte “denunzia” cose che io sono stato il primo a dire di me stesso in molti libri (dall’autobiografia L’intellettuale disorganico alla raccolta di saggi Scheletri nell’armadio),[13] in parte vaneggia cucendo insieme indizi allegramente interpretati e squisite falsità in uno stile che ricorda certi personaggi del romanzo di Vladimir Volkoff, Il montaggio, o certe “rivelazioni” che andavano per la maggiore nella bell’America dei tempi di Joseph Mc Carthy.

Io sarei stato quindi iscritto, da giovane, alla “Giovane Europa” di Jean Thiriart e “membro” della Nuova Destra di Marco Tarchi (che non è mai stata un movimento);[14] avrei studiato la mistica fascista (mai!) e il sincretismo islamico (falso; non so che cosa sia il sincretismo islamico; io mi sono occupato di rapporti tra Europa e Islam)[15] e seguirei quanto alla mia interpretazione della fede coranica le tesi di Guénon (manco per idea!). Ispirandosi inoltre alle “rivelazioni” (sic) del settimanale “Tempi” e dell’agenzia “Corrispondenza romana”, ma senza verificare le informazioni desunte (se mi avesse telefonato, gliene avrei date io di più precise…), il Del Valle prosegue sostenendo che sarei “corrispondente di Radio Teheran” (un’emittente che mi ha in effetti intervistato un paio di volte; e al quale ho risposto con cortesia, come faccio sempre con tutti e come avrei fatto anche con Radio Zagarolo…) e che avrei preso posizione contro le guerre in Afghanistan e in Iraq (verissimo e sacrosanto: ho scritto anche tre libri al riguardo).[16] Vi risparmio le piacevolezze minori: salvo il fatto che mi definirei “uomo d’ordine e di destra” (in realtà ho sempre detto di essere uomo d’ordine e dotato di vivo senso dello stato, valori di una “destra” che non è tuttavia quella liberal-liberista) e che sarei spesso interpellato perciò da “Il secolo d’Italia” (vero: sono anzi forse il decano dei suoi collaboratori, dal momento che la mia firma su tale quotidiano è uscita per la prima volta nel 1958), ma che sarei stato “stranamente risparmiato dalla sinistra” e che una volta sono stato addirittura elogiato in pubblico da Walter Veltroni “per i suoi (cioè miei) attacchi ai tagli del governo alla scuola e all’università”. Peccato che il del Valle, forse mal consigliato e peggio documentato, “ometta” che Veltroni mi citò esplicitamente per un articolo comparso, guarda caso!, proprio su “Il Secolo”.

Che malinconia. Ho quasi settant’anni, e ho passato quasi mezzo secolo dell’esistenza studiando come un matto. Ho al mio attivo circa 150 volumi, e molte migliaia fra saggi e articoli. Ho regolarmente vinto la mia cattedra universitaria di ruolo (altro che “risparmiato dalla sinistra”!), insegnato in parecchi Atenei anche all’estero, vinto qualche premio di una certa importanza. Eppure, il quotidiano “Libero” non ha mai creduto opportuno – ed è stato suo sacrosanto diritto, che diamine! – di dedicarmi nemmeno due righe di recensione. Di recente, ho pubblicato due libri di medievistica: Cassiodoro il Grande (Jaca Book) e una raccolta di studi francescani editi dal centro Italiano di Studi sull’Alto Medioevo. Silenzio-stampa, almeno su quel giornale. E allora, perché d’incanto interesso in tal modo a lorsignori, affaccendati a quel che pare a impaurire la loro opinione pubblica col temibile fantasma d’un’alleanza tra “opposti estremismi” rosso-nero-verdi?

Azzarderei una risposta. In effetti, non pare che il Del Valle declini proprio tutte le sue fonti. Forse, un’occhiata al blog “Informazione corretta”, che da tempo mi dedica attenzioni analoghe alle sue – olimpicamente ignorando tutto della mia attività scientifica -, deve averla data; certo comunque qualcuno gliel’ha suggerita, o l’ha consultata per lui. O magari dev’essergli diciamo così passato per le mani il numero del 21 aprile 2004 dell’ “American National Review”, nel quale due solerti “giornalisti” (?!), per la cronaca italiani, argomentavano sul mio conto più o meno le stesse cose. Ho citato i due paltonieri in questione per diffamazione: se la sono cavata andando assolti (ma con formula dubitativa: ed è in arrivo il processo d’appello). Non so se in questo caso ricorrerò ancora alla legge. Quel che so è che in Italia sta montando un’ondata di “caccia alle streghe” nella quale chi non si preoccupa di “allinearsi”, ma cerca di dir la sua restando un uomo libero e rispettoso della verità, potrebbe anche rischiar qualcosa. Per esempio si prende di mira un galantuomo che magari non apprezza del tutto la politica estera americana o quella dell’attuale governo d’Israele e che ha sempre detto la sua a viso aperto e documentando le sue affermazioni: e, guardandosi bene dal confutarle con altrettanta lealtà, lo si denunzia come “filomusulmano” e “antisionista”, e s’insinua che possa essere in realtà antisemita, e magari criptonazicomunista. Peccato che non tutti siano disposti a lasciarsi intimidire

Vecchi metodi. Vecchie inquisizioni. Vecchi giochi di prestigio. Che io sia una strega? In fondo, sarei anche in buona compagnia (penso alla strega Sabatilla di Brancaleone alle crociata, splendidamente interpretata da una giovane Stefania Sandrelli; o alla strega Finicella di un mediocre film peraltro piacevolmente interpretato da Renato Pozzetto, nel quale figura una giovane e mozzafiato Eleonora Giorgi ). Ma allora venite fuori una buona volta, allo scoperto, tàngheri che siete. Abbiate per una volta la forza di studiare, invece di sceglier la pigra via della calunnia; scovate per una volta il coraggio di citarmi per quel che veramente ho detto e scritto, senza interpolazioni e senza giochetti delatòri. E sia chiaro: sempre meglio comunque criptonazicomunista, come non sono io, che infami e incolti, come siete voialtri.

[1] Rispettabile, Franco Cardini lo è sempre stato. Come cittadino, come funzionario pubblico, come insegnante. Sfido il Del Valle a dimostrare il contrario. (N.B. – Le note a piè di pagine sono tutte dovute a F. Cardini: anche quelle apposte a commento dell’articolo del Del Valle, o comunque della pagina estrapolata dal libro del medesimo).

[2] Il Del Valle dimostra qui d’ignorare totalmente,e pietosamente, la deriva “teocon” di una parte notevole della “destra integralista” italiana. Alla sua stessa attività inquisitoria gioverebbe al riguardo un’attenta lettura del libro di F. Cardini, Testimone del tempo, Rimini, Il Cerchio, 2009.

[3] Cardini conosce il giornalista Blondet, anche se non troppo sul piano personale (hanno in comune la collaborazione al quotidiano “Avvenire”), e non ha difficoltà a definirlo un amico, anche se non su un piano di speciale frequentazione: ne apprezza alcune cose, non ne condivide altre, ma esclude che sia legittimo definirlo “antisemita”; comunque non ne è mai stato “rappresentante”, né “principale” né altrimenti, né gli risulta che egli si sia mai fatto rappresentare da chicchessia.

[4] In questo delirio di aggettivi desinenti in “-iste”, si “dimentica” di fornire dati bibliografici attendibili e precisi. A tale lacuna abbiamo rimediato infra, in qualche nota che il lettore più attento avrà la benevolenza di considerare con la dovuta attenzione.

[5] In realtà, l’attività pubblicistica di Franco Cardini è sempre stata molto più ampia, approfondita e attenta: anche grazie ai consigli di alcuni valorosi colleghi contemporaneisti, tra i quali vanno citati Massimo Cacciari (certo “contemporaneista”, per quanto il definirlo così sia riduttivo), Ernesto Galli della Loggia, Giacomo Marramao, Marco Tarchi e Danilo Zolo. Vanno citati al riguardo i seguenti libri (che naturalmente il Del Valle non ha letto, che non conosce e che non pare sia in grado di giudicare; forse i suoi “suggeritori” ne sanno qualcosa, ma preferiscono evitarli salvo il consultarli rapsodicamente qua e là, alla ricerca di frasi “compromettenti” da estrapolare): I cantori della guerra giusta, Rimini, Il Cerchio, 2002; La paura e l’arroganza, Roma-Bari, Laterza, 2002; di tale libro Cardini è non autore, bensì curatore); Astrea a i Titani. Le lobbies americane alla conquista del mondo , ibidem, 2003; La globalizzazione. Tra nuovo ordine e caos, Rimini, Il Cerchio, 2005. La collaborazione al libro Zero è invece nata da un’accurata ricerca, portata avanti in gruppo a cura dell’équipe fiorentina del gruppo “Dia-Léghein”.

[6] Corretto; la militanza di Cardini, nato nel 1940, in “Giovane Italia” e nel MSI si situa tra 1953 e 1965, quella in “Giovane Europa” tra 1965 e 1969.

[7] La vicenda cui il Del Valle fumosamente allude è stata accuratamente ricostruita, con la citazione dei documenti originali, nel saggio di F. Cardini, Una storia imbarazzante, ripubblicato in Idem, La fatica della libertà, Roma, Fazi, 2006, pp.168-77.

[8] Si tratta in realtà d’un progetto del quale Cardini fu per alcuni mesi incaricato, ma che non andò in porto: questa citazione svela una volta di più il carattere rapsodico e approssimativo, quindi inattendibile, del metodo seguito dal Del valle nel raccogliere e nel verificare fonti e notizie (è oltretutto presumibile che si sia servito di cattivi e inabili consiglieri-collaboratori).

[9] Il definire “corrispondente” di un’emittente radiofonica chi sia stato due o tre volte intervistato da essa è desolante prova di scarsa familiarità del Del Valle o dei suoi consiglieri-traduttori sia con le istituzioni professionali giornalistiche, sia con il lessico italiano.

[10] Per la verità Cardini è più volte tornato su tale argomento, riconoscendo le componenti “di destra” del suo modo di pensare principalmente nel suo tradizionalismo cattolico ispirato al magistero di Attilio Mordini e nel suo senso dello stato, ma sottolineando che ciò non esclude affatto – al contrario- che egli si senta decisamente “di sinistra” sul piano delle politiche sociali.

[11] Ci si riferisce qui a un comizio di Veltroni al Circo Massimo, durante la competizione elettorale per le ultime elezioni comunali a Roma: egli citò un parere comparso in un articolo redatto da Cardini su “Il secolo d’Italia”, nel quale si dichiarava che i tagli all’Università erano un modo di “rubare ai poveri per dare ai ricchi”.

[12] Ad ebrei e ad ebraismo Cardini ha dedicato i seguenti libri: Gli ebrei. Popolo eletto e perseguitato, Firenze, Bulgarini, 1995; Fratelli in Abramo. Breve storia parallela dell’ebraismo e dell’Islam, Rimini, Il Cerchio, 2000.

[13] Si ricorda ancora, come particolarmente significativa in questo senso, la raccolta di saggi dal titolo (emblematico: e il, Del Valle dimostra fino a che punto…) La fatica della libertà,cit. supra, nota 7, e significativamente dedicato “Ai miei amici cristiani, ebrei e musulmani, perché confidino nel Dio di Abramo, senza mai dimenticare che Egli ci ama tutti”.

[14] Di ciò Cardini ha trattato nel libro L’intellettuale disorganico, Torino, Aragno, 2001.

[15] Cfr. Noi e l’islam, Roma-Bari, Laterza, 1994; Europa e Islam. Storia di un malinteso, ibidem 1999; L’invenzione del nemico, Palermo, Sellerio, 2006

[16] Cfr. supra, nota 5.

Fonte: http://www.mirorenzaglia.org/?p=10539

L’ultima favola d’amore di Saint-Exupéry (di Stenio Solinas)

di Stenio Solinas

Profumo di donna. Se dovessimo raccogliere in una formula le lettere d’amore di Saint-Exupéry, nulla sarebbe più efficace di questa impressione impalpabile, tenera eppure carnale, un misto di seduzione e di fantasia, un affidarsi ai sensi per meglio dar corso all’immaginazione. Era un appassionato delle donne, Saint-Exupéry, ma si portava dietro un triplice senso di colpa che gli impediva di essere un cinico, tragico Don Giovanni ossessionato dall’idea della conquista e del possesso, un pagano, umano Casanova perso e preso nei piaceri e nei misteri del sesso.

Era il senso di colpa di chi, bambino, non era mai riuscito a trovare le parole giuste di amore e di riconoscenza per la madre. Era il senso di colpa di chi, aviatore, apparteneva a un «ordine» che alle donne lasciava solo il senso dell’attesa: a terra, sempre e comunque, tagliate fuori da ciò che in cielo intanto accadeva, condannate a sperare, destinate a piangere un sacrificio che non era per loro, incomprensibile e quindi ancora più doloroso. Era il senso di colpa di chi, marito oppure amante, era instabile, irrequieto e quindi invivibile, infedele a tutte, ma troppo delicato per poter sopportare le sofferenze anche di una sola.

La venerazione dell’elemento femminile faceva in fondo parte di un preciso senso della vita, il polo opposto, nella sua stabilità, a una mistica dell’erranza infinita e quindi incessante. Moderno Odisseo, la donna era per lui al tempo stesso Penelope e Itaca, secondo una bella immagine di Alban Cerisier, «una provvista di tenerezza per l’eterno ritorno», «la limpida sorgente», «la fontana» alla quale ci si abbevera, ci si ristora, si prende il giusto riposo. Era però il partire che dava un senso al tornare, e il tornare non aveva in sé la forza che rende preferibile il restare.

Tutto questo spiega perché nelle lettere d’amore ciò che lo esalta sia sempre e comunque un’idea di conforto, di consolazione, di rifugio. «Sii la mia protezione, fammi un mantello del tuo amore». «Ero cieco: illuminami. Ero sparpagliato e infelice: rimettimi insieme. Ero completamente arido, fammi generoso d’amore». Non cercava delle ispiratrici intellettuali e neppure delle fonti di piacere carnale: cercava delle vestali, sacerdotesse del suo fuoco.

Il carnet delle conquiste è tanto più ricco quanto l’erotismo, per non dire il sesso, è esente dai suoi libri. Nei disegni d’occasione, le figure femminili rimandano alla moda al gusto del tempo, il Novecento fra le due guerre: silhouettes magre ed eleganti, l’androginia di un’epoca che si illude di liberare la donna rendendola più maschio... Ciò che l’occhio coglie sotto il profilo estetico, il cuore riconduce alla tristezza della carne se priva di spiritualità: «Colette, Paulette, Suzy, Daisy, Gaby, che sono fatte in serie e dopo due ore annoiano, come delle sale d’attesa». Quelle che lo interessano si chiamano Louise de Vilmorin, il primo amore della giovinezza, Natalie Paley, Nanda de Bragance, Silvia Hamilton, Hedda Sterne, Nelly de Vogüé: quasi tutte aristocratiche, spesso intellettualmente coltivate, comunque ricche.

Aveva sempre vissuto al di sopra dei suoi mezzi, Saint-Exupéry, e si lasciava dietro una scia noncurante di debiti. Nel 1936, già famoso, aveva dovuto lasciare per morosità il suo appartamento in affitto. «Vi decidete una buona volta a portare via i mobili?» gli aveva detto giorni dopo il padrone di casa. «Non posso, sono sotto sequestro» era stata la risposta.

Da quell’elenco mancano due nomi. Uno è quello della giovane francese che è la protagonista di queste Lettere a una sconosciuta. L’ultimo amore del Piccolo Principe (Bompiani, pagg. 24, euro 12, traduzione di Sergio Claudio Perroni). Aveva ventitré anni, era crocerossina: si erano conosciuti nell’estate del ’43 sul treno che da Orano portava ad Algeri e ciò che resta è questo pugno di scritti e di disegni dove più che l’amore c’è la malinconica illusione dell’amore. «Le favole sono fatte così. Una mattina ti svegli e dici: “Era solo una favola”... Sorridi di te. Ma nel profondo non sorridi affatto. Sai bene che le favole sono l’unica verità della vita». Aveva passato i quarant’anni, si sentiva stanco e superato, aveva bisogno di un calore vicino, sperava ancora di trovare un focolare, non rinunciava a immaginarselo: il dolce-amaro di chi alimenta dentro di sé quella fiamma pur sapendo che fuori resterà spenta...

L’altro è il nome di Consuelo, la moglie tanto amata eppure tanto tradita. Nei giorni in cui alla piccola sconosciuta invia disegni e rimbrotti da ragazzo che non ci sta ad invecchiare, le scrive: «Se sono ferito, avrò chi mi curerà. Se sono ucciso avrò chi aspettare nell’eternità. Se torno avrò verso chi tornare. Non sono che un grande cantico di riconoscenza». Consuelo era la rosa disegnata e raccontata nel Piccolo principe, il fiore da cui il principe-bambino Saint-Exupéry si era allontanato perché «i fiori sono così contraddittori! Ma ero troppo giovane per saperlo amare». E invece, «lei, lei sola, è più importante di tutte voi, perché è lei che ho innaffiata. Perché è lei che ho messo sotto la campana di vetro. Perché è lei che ho riparata col paravento. Perché è lei che ho ascoltato lamentarsi o vantarsi o anche qualche volta tacere. Perché è la mia rosa».

Fonte: http://www.ilgiornale.it/cultura/lultima_favola_damore_saint-exupery/25-11-2009/articolo-id=401612-page=0-comments=1

Radicali, cinici, giacobini. Il grande filosofo previde l’arrivo dei comunisti (di Marcello Veneziani)

di Marcello Veneziani

Augusto del Noce quasi si vergognava della sua intelligenza, aveva pudore della sua profondità e la nascondeva sotto il velo affabile della sua cortesia. Quando parlava in pubblico non aveva un eloquio fluente, ma tormentato: partecipavi al travaglio di un parto, ma eri ammesso a vedere il lavorìo della sua intelligenza mentre forgiava i suoi pensieri e li sfornava davanti a te, caldi e ancora contorti. La sua scrittura era invece limpida ed efficace, nonostante non concedesse nulla ai tempi e alle vanità del filosofo. Del Noce morì alla fine dell’89, giusto vent’anni fa, e vide appena la caduta del Muro ma previde più di ogni altro l’esito mondiale e italiano del comunismo. Il passaggio dal comunismo al consumismo, e dal Pci al partito radicale di massa, fu descritto perfettamente da uno che poi non lo vide. Se n’è parlato nel fine settimana tra Roma e Cassino in un bel convegno a lui dedicato dal Cnr, con molte voci, da suo figlio Fabrizio a Buttiglione, dai delnociani della Fondazione a lui dedicata a Perfetti, de Mattei e altri, me compreso. Tutto nel silenzio assordante dei media. Eppure Del Noce l’inattuale ha compreso la nostra attualità più del suo amico e antagonista Bobbio o delle vulgate radicali, marxiste e neoazioniste. Provo a dire in quattro parole le ragioni della sua solitudine e della sua attualità. Mentre la cultura italiana definiva provinciale tutto ciò che nasceva in Italia e considerava, già prima dell’avvento di Berlusconi, il caso italiano come l’anomalia di un Paese che non era entrato nella modernità perché aveva avuto la Controriforma senza aver avuto la Riforma protestante, e perciò aveva avuto il fascismo, Del Noce considerava al contrario il nostro Paese come il paradigma dell’Occidente, il laboratorio in cui si sperimentò il difficile rapporto con la modernità, il marxismo, il fascismo. E, sul piano politico, mentre la cultura ufficiale del nostro Paese considerava il fascismo, con più indulgenza il comunismo e infine la Democrazia cristiana come tre cause di ritardo della modernità, tre resistenze al progresso, Del Noce, al contrario, ravvisava nel fascismo, nel comunismo e nella stessa Dc tre processi, assai differenti, di scristianizzazione del nostro Paese. Il fascismo combatteva molti degli avversari della cristianità ma restava prigioniero del suo attivismo irrazionale, della sua volontà di potenza e del culto della guerra e della violenza. L’italocomunismo, nella sua versione gramsciana, portava l’ateismo alle masse e concorreva allo sradicamento civile e religioso. Del Noce individuava nell’intreccio tra sinistra e poteri economici e ne la Repubblica di Scalfari i luoghi di passaggio dal comunismo, con il suo afflato religioso e la sua impronta popolare, ad un laicismo radical, cinico e neo borghese, di tipo liberal o giacobino. E la Dc, a cui pure Del Noce era vicino, lasciava che il comune sentire degli italiani, la cultura e il senso religioso, scivolassero dolcemente verso la scristianizzazione della società opulenta.
Con una diagnosi del genere, Del Noce si situava agli antipodi delle culture egemoni del nostro Paese, in totale solitudine. Accolto solo dal piccolo mondo della destra colta. E più solo si ritrovava Del Noce, antifascista ai tempi del fascismo, quando sosteneva che l’antifascismo sopravvissuto al fascismo era un fenomeno negativo e dissolutivo. L’antifascismo per Del Noce non poteva costituire la religione civile degli italiani. Il Risorgimento, invece, sì. E qui Del Noce si separava anche dai cattolici reazionari e antirisorgimentali ritenendo che l’idea stessa di Risorgimento, come resurrezione, fosse rimasta incompiuta e fosse necessario saldare l’idea di nazione a quella di tradizione, civile e religiosa. Pur cattolico, Del Noce non era clericale; coltivava una visione dantesca dell’Italia e non solo giobertiana. Con un’espressione da lui non usata, ho sostenuto che Del Noce sia stato il filosofo che ha pensato la religione civile per il nostro Paese. Religione civile da non confondere né con le religioni secolari e politiche che vogliono sostituire la religione con un’ideologia salvifica e con l’attesa di un paradiso in terra; né con la teocrazia medievale o di tipo islamico che uccide la libertà nella coincidenza forzata di fede e cittadinanza. Del Noce non scioglie la politica nella religione, né la religione nella politica, ma neanche le separa come farebbe un cattolico liberale; ma afferma la necessità di attingere alla tradizione religiosa per fondare i valori condivisi di un popolo. La religione civile di Del Noce è la rilettura nel nostro tempo della teologia civile di Vico. Sposare Libertà e Verità, persona e comunità, fu il cuore della sua ricerca.
In questa luce, Del Noce è stato il filosofo politico e civile del pontificato di Papa Wojtyla, mentre Ratzinger ne era il teologo e il dottrinario. Con il Papa Del Noce condivise la critica al comunismo e la lettura del dopo comunismo, l’avvento di una società permissiva e nichilista, sazia e disperata. E con il Papa condivise la necessità di correlare l’idea di nazione al senso religioso, verità e libertà, diritti dei popoli e diritti della persona. L’anno in cui salì al soglio pontificio Wojtyla, Del Noce scrisse Il suicidio della rivoluzione, che prefigurava la fine del comunismo, di cui quel Papa sarebbe stato il primo ispiratore.
Fui molto vicino negli ultimi anni a Del Noce, ebbi un sodalizio di pensieri e di incontri, di riviste e fondazioni, di cui c’è traccia anche nei suoi taccuini. Fu Del Noce ad aprirmi le porte al settimanale vicino a Cl, Il Sabato, e ad andare di persona da Gianni Letta, allora direttore de Il Tempo, per proporre un mio articolo culturale che gli era piaciuto, da cui scaturì la mia collaborazione alla pagina culturale del quotidiano romano. Lo vidi una settimana prima che morisse a casa sua, perché mi consegnò l’introduzione autografa ad un mio libro, che sarebbe stato il suo ultimo scritto. Accolse l’idea di un libro dialogo sul profilo ideologico del Novecento, che avremmo realizzato a conclusione del suo Gentile, poi rimasto incompiuto. Disse con una punta di civetteria che avrebbe voluto rivalutare Togliatti e pure Stalin rispetto alla nuova sinistra. Anche quella sera del 22 dicembre fu affabile ma affaticato, reduce già da un infarto; mi apparve disfatto come un uccello senza piume. Ci scambiammo gli auguri per il Santo Natale e per il Nuovo Anno, ma per lui valsero solo i primi.

Fonte: http://ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=29072

La Destra Torino presenta la proposta di legge di iniziativa popolare per il Mutuo Sociale

Il 25 novembre, alla mattina, nella Sala Matrimoni del Palazzo Civico è stata presentata la Proposta di legge di iniziativa popolare per “L’istituzione del Dipartimento Regionale per il Mutuo Sociale per facilitare l’accesso del risparmio alla proprietà della casa”. Il Comitato Promotore presieduto dal Segretario Regionale de La Destra Giuseppe Lonero e composto da Aldo Rovito Segretario Provinciale di Alessandria e Marco Racca Responsabile di Casa Pound ha illustrato la campagna per la raccolta delle firme, che a partire da oggi sarà attivata su tutto il territorio piemontese e può rappresentare una valida soluzione alternativa all’emergenza abitativa. Con la proposta di legge si chiede in sintesi, di utilizzare il “Mutuo Sociale” come strumento per realizzare immobili residenziali da vendere ai cittadini italiani. Le case saranno assegnate a famiglie non proprietarie, che pagheranno il mutuo all’ente che le venderà a prezzo di costo e in caso di difficoltà economica dei proprietari le rate del mutuo saranno sospese